Categorie: playoffs 2014

Top & Flop: le pagelle di Indiana-Miami (Gara 2)

TOP

DWYANE WADE: 8,5. Si improvvisa pittore appartenente al filone “Mike Iuzzolino”. Disegna arcobaleni che puntualmente si spengono in fondo al canestro, magari dopo aver dato sei o sette bacini al ferro. Capisce che per marcare Stephenson avrebbe bisogno del dono dell’ubiquità, quindi lo argina attaccando e ribattendo colpo su colpo ai guizzi di Born Ready. Sta gettando il cuore oltre l’acciacco e a 32 anni è fiero di vivere una seconda giovinezza. ARTISTA

LEBRON JAMES: 8. Prima dell’intervallo, le telecamere lo beccano seduto in panchina impegnato a mangiarsi nervosamente le unghie. Uno stato d’ansia dettato da un pizzico di preoccupazione, dalla consapevolezza di avere a che fare con un avversario pericoloso. Non è e non sarà mai l’emblema dell’umiltà, ma queste sane paure sono sintomo di saggezza e lo migliorano. Il fenomeno sale in cattedra nel quarto e decisivo periodo, quando chiude un paio di “dai e vai” e circondato da maglie gialle sforna una pallina al miele per la rovesciata di Wade. REGALE

NORRIS COLE: 7. In altre circostanze avremmo legalizzato l’espressione: “E questo? Da dove salta fuori? Dall’uovo di Pasqua?”. No, no signori. Nessuna sorpresa. Il giovanotto di Dayton ci sa fare, controlla bene il corpo e sopratutto le emozioni quando i possessi iniziano a scottare. L’unica sciagura da rivedere nelle sedi opportune sono quei capelli pettinati col righello, una sorta di poligono appoggiato sul cranio. Bruscolini: non è da questi dettagli che si giudica un playmaker. QUADRATO

CHRIS ANDERSEN: 6,5. Porta a casa la pagnotta, sempre e comunque. Stavolta si guadagna da vivere sgomitando sotto i tabelloni, un trucchetto che gli vale la bellezza di 12 rimbalzi. Il minutaggio in netto rialzo testimonia le riflessioni di Spoelstra tra Gara 1 e Gara 2. Il coach ha il merito di credere nella convivenza tra “Birdman” e Bosh, tandem che in alcuni frangenti (grazie ai centimetri) marca la differenza in positivo. CONCRETO

CHRIS BOSH: 6. Incoraggiamento? Chiamiamolo così. Il terzo violino dell’orchestra più intonata della Florida non fa nulla di trascendentale. Bivacca senza entrare troppo nel vivo del gioco, ma il suo lavoro in copertura merita di essere esaltato. Una stoppata, due recuperi e sei rimbalzi sono lingotti d’oro se sommati alle zero palle perse e ad una pulizia offensiva esemplare. Attenzione al rientro all’American Airlines Arena: respirando aria di casa, la “tartaruga” potrebbe tornare ad essere letale. ATTORE NON PROTAGONISTA

LANCE STEPHENSON: 8,5. Perde, ma è il migliore in campo. L’uomo delle contraddizioni è abituato agli sbalzi delle montagne russe. Oscilla tra il delirio di onnipotenza (figlio di una sequenza di magie meravigliose) e lo sconforto di fine gara, quando il verdetto del tabellone vanifica senza pietà le sue prodezze. I montatori di Espn, in scioltezza, potrebbero tagliare dieci minuti passando in rassegna i suoi highlights, replay inclusi. Il canestro “di tocco” con 0,1 sul cronometro è caviale di prima qualità. ESTASI

ROY HIBBERT: 6. Che dire? A numeri ci siamo. 12 punti e 13 rimbalzi non valgono una bocciatura. Tira anche discretamente, ma forse è proprio questo il suo limite. Si accolla meno responsabilità del dovuto nonostante la temperatura delle sue mani sia esponenzialmente superiore a quella dei polpastrelli di Paul George. Pecca di timidezza: con un filo di faccia tosta in più avrebbe appeso al suo gancio il destino della serie. FUGACE

FLOP

DAVID WEST: 5. E’ la guida spirituale di Indy nei momenti critici, ma stavolta persino lui finisce per perdere la bussola. Non è il solito e il disagio emerge prorompente nell’ultimo quarto. Accusa un fastidio, e con il volto sofferente sdraia LeBron rischiando un flagrant scongiurato dalla review degli arbitri. L’assist battuto a terra per il compare Lance è la fotografia bella che preferiamo conservare in una nottata ricca di negativi. DISORIENTATO

PAUL GEORGE: 5. Oggi, stranamente e per la prima volta, lo salutiamo dall’altra parte della barricata. Basta l’avvilente 4 su 16 per giustificare il voto insufficiente. Non carbura neanche alla distanza, vede LeBron sfrecciare come una fuoriserie, e rimedia una commozione cerebrale che getta ombre sulla sua presenza sabato. Vogel incrocia le dita: perdere il 24 sul più bello avrebbe il sapore atroce della beffa. INCOGNITA

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