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I blocchi che (ora) contano: gli screen assist in NBA

Portare dei blocchi efficaci è sempre più importante nella NBA contemporanea

C’erano una volta gli intangibles. Ovvero tutti quei gesti che non finivano sul foglio delle statistiche, quasi inosservati, ma che facevano (e fanno tuttora) la gioia dei coach e dei più sopraffini intenditori di basket. Quelle cose che contano, ma che non sono contate. Almeno fino a poco tempo fa.

Poi, è esplosa l’era delle analytics, delle statistiche avanzate. Dal Moneyball del baseball al Moreyball del basket, forse meno celebrato perché ancora non ci hanno fatto un film. Dal box score tradizionale si passa man mano ad analisi sempre più profonde e inconsuete, a tal punto che le franchigie professionistiche assumono in numero crescente esperti in materie matematiche, in grado di elaborare modelli statistici per orientare le scelte e la costruzione della squadra. Chiamatela pure La rivincita dei nerds, o perché no, Strength in numbers. Grazie anche a videocamere, GPS e sensori che tracciano con precisione estrema ogni gesto e movimento di chi va in campo, ormai si conta tutto. Intangibles compresi.

 

I blocchi contano

Dopo una sperimentazione alla Summer League di Las Vegas 2015, ripetuta ai Playoffs 2016, dalla stagione 2016-17 la NBA ha introdotto ufficialmente una nuova categoria di voci statistiche sotto il nome di Hustle (letteralmente “attività frenetica”, se traslato al basket “lavoro duro”) per dare finalmente visibilità agli intangibles: le deviazioni del difensore sui passaggi (deflections), le palle vaganti recuperate (loose balls recovered), i tiri contestati (contested shots), le prese di posizione in difesa (charges drawn) e, unica statistica offensiva, gli screen assists.

Cos’è uno screen assist? Non è altro che un blocco, che però vale un po’ di più dei semplici blocchi: lo screen assist, infatti, ha l’immediata conseguenza di portare un compagno di squadra a realizzare un canestro, che sia indistintamente una conclusione al ferro o una tripla. Chi monitora gli screen assist? Al pari delle altre hustle stats, che per loro natura sono piuttosto difficili da tracciare, la NBA da un lato si affida all’hi-tech con il sistema SportVU Tracking installato in ogni arena e dall’altro ricorre al sempre prezioso occhio umano, con un team di una quindicina di addetti scelti tra ex coach di high school, ex giocatori di college e arbitri, schiaffati dentro al Replay Center, l’iper-tecnologica sala operativa di Secaucus nel New Jersey dedicata all’analisi video.

 
Uno screen assist di Al Horford per Kyrie Irving.

Perché gli screen assist sono diventati così importanti, tanto da spendere la parola “assist” per un tipo di azione che non prevede neppure, da parte di chi la compie, il possesso della palla? La risposta, ancora una volta, sta nell’evoluzione del gioco.

Una pallacanestro orientata alla ricerca continua del tiro da tre e di quello al ferro (cioè le conclusioni considerate ad alta efficienza), alla velocità, alle spaziature e al pick-and-roll, nonché dominata da point guard realizzatrici e da tiratori stellari. In un contesto del genere e con attori di questo tipo, è divenuta indispensabile la presenza di giocatori, soprattutto lunghi ma non solo, capaci di piazzare nel posto, modo e tempo giusti tutti quei blocchi necessari per forzare cambi difensivi, creare spazio e liberare i realizzatori designati della squadra, da cui dipendono le sorti di una franchigia intera. Tutto risiede nella capacità di creare spazio per il compagno con la palla, attraverso la caratteristica essenziale di un blocco: “schermare” (screen, appunto) una porzione di campo al difensore, costringendolo a perdere contatto con l’avversario diretto. La NBA appartiene alle superstar, che vanno messe in condizione di rendere al massimo del proprio potenziale.

Un’abilità spesso sottostimata come quella di portare blocchi è diventata così un servizio essenziale: la comparsa ufficiale degli screen assist nelle statistiche NBA, tra l’altro, funge da incentivo e motivazione per non far sentire meno importanti i giocatori preposti a ciò in modo che accettino di buon grado la loro dimensione.

Non serve essere uno scienziato – sono le parole di Eric Spoelstra, coach dei Miami Heat, che nel periodo in cui ha avuto LeBron James gli chiedeva spesso di bloccare per i compagni – per capire che saper piazzare blocchi efficaci è una delle componenti essenziali del gioco e richiede la capacità di prestare attenzione e disciplina ai dettagli del gioco in attacco. Ogni tiratore diventa un tiratore migliore quando si ritrova in posizione libera e aperta. Così, devi far lavorare l’attacco attraverso i blocchi, i dettagli di timing, uscire duro, costruire un’intesa con il tuo compagno, studiare dove desidera ricevere palla e come gli piace farsi trovare libero. Tutte cose che richiedono tempo, ma devi lavorarci sopra, non succedono da sole”. Saper portare blocchi e ancor più screen assist è una questione di intelligenza cestistica, riguarda il saper cogliere le sfumature del gioco e accettare l’idea che, pur non toccando palla, questo lavoro manda a segno i compagni e fa vincere la squadra.

 

Chi fa più screen assist in NBA?

Attualmente, al 31 gennaio 2018, il leader degli screen assist-men della NBA è Andre Drummond, con una media di 5,2 screen assist a partita. In attesa di capire come si integrerà con il neo-arrivato Blake Griffin nel sistema “4 fuori-1 dentro” di Stan Van Gundy, il lungo dei Detroit Pistons oltre a viaggiare a doppia-doppia di media (14,7 punti e 15,1 rimbalzi) e alle sue doti di passatore, aggiunge tutta una serie di (ormai ex) intangibles con i suoi blocchi multipli e tagli continui ed è l’unico centro tra i top di lega per quanto riguarda le deflections, con 3,7 deviazioni difensive prodotte a gara, quarto dato assoluto.


Spostare sempre, spostare tutto: Steven Adams fa largo a Westbrook.

Segue Rudy Gobert con 4,9 screen assist a partita: recentemente rientrato da un infortunio, il gigante degli Utah Jazz non solo si distingue in difesa come uno dei migliori rim protector della NBA, ma in attacco, lungi dall’essere un prolifico realizzatore in post (non male, comunque, i suoi 12,8 punti di media), ha ben sposato il ruolo di bloccante per facilitare i compagni, all’interno di un sistema di gioco molto collettivo come quello impiantato da coach Quin Snyder. Marcin Gortat e Steven Adams stanno registrando 4,7 screen assist a serata. Re di questa voce statistica nella regular season 2016-17 (a pari merito proprio con Gobert) a quota 6,2, salita a 7,8 nei Playoffs, il centro polacco dei Washington Wizards conosce alla perfezione ogni angolazione e tempistica necessarie per i blocchi che mandano a segno John Wall e Bradley Beal (e adesso per un po’ solo Beal, visto l’infortunio a Wall). Gortat è un duro, non teme contatti e non è raro vederlo praticamente spostare il difensore ai limiti dell’irregolarità pur di generare spazio per i compagni. “Senza di lui Wall e Beal non avrebbero gli spazi che hanno – spiega coach Scott Brooks – e i suoi blocchi rendono fluido il nostro attacco. È un bloccante molto intelligente, conosce angoli e temi giusti, lui gioca per questo e si diverte a liberare i compagni, anche se non va dimenticata la sua capacità di finalizzare, per cui nei pick and roll il suo taglio a canestro va sempre seguito”. Gortat ha imparato l’arte del blocco soprattutto negli anni a Orlando, sotto la guida di Brendan Malone.


Gortat fa spazio all’entrata di Wall.

Un ruolo di bloccante ancor più centrale di Gortat lo ha Steven Adams negli Oklahoma City Thunder. Dal centro neozelandese, giocatore eminentemente interno, e dalla sua capacità di effettuare ogni tipo di blocco (dai pick and roll con Russell Westbrook ai blocchi bassi per liberare Paul George e Carmelo Anthony), dipende il funzionamento dell’attacco di coach Donovan. Più volte, inoltre, Adams ha collezionato cifre degne dei Big Three della squadra e sta viaggiando anche lui in doppia-doppia di media nelle ultime dieci gare.

 
Steven Adams e l’arte di aprire varchi.

La classifica individuale degli screen assist per game prosegue con Dwight Howard con 4,3, Robin Lopez e Nikola Vucevic 4,2, Nikola Jokic, Cody Zeller, Myles Turner, Jusuf Nurkic 3,9, Tyson Chandler, Marc Gasol, DeAndre Jordan 3,8, Domantas Sabonis 3,7, Ed Davis 3,6, Mason Plumlee e Dewayne Dedmon 3,3, Al Horford, Bam Adebayo, Hassan Whiteside, Derrick Favors 3,1. Tutti ottimi bloccanti, ciascuno nel suo stile, tra chi piazza blocchi granitici (Sabonis) e chi velocissimi per rollare immediatamente a canestro o aprirsi subito in pop (Turner), tra chi riesce a fare playmaking anche dal blocco (Zeller) e chi ha una lunghissima esperienza in questo tipo di ruolo (Chandler).

A livello di squadra è Miami il team in cui si fanno più screen assist, con una media di 11,8, frutto del playbook di coach Spoelstra tradotto sul campo da Whiteside, Olynyk e Adebayo, e quindi Portland con 11,7, grazie al gran lavoro portato avanti dai “gregari” di Damian Lillard e CJ McCollum, su tutti da Nurkic e Ed Davis, e infine  Atlanta con 11,6, perché nonostante la scialba stagione degli Hawks, alla loro guida c’è sempre Mike Budenholzer e il suo basket scuola Spurs.


Pachulia: screen assist per Curry (con fallo)…

 

 
…e per Thompson (con fallo non fischiato).

Discorso a parte, e conclusivo, va fatto per Zaza Pachulia, il “quinto Beatle” dei Golden State Warriors. Il “5” georgiano registra 3,0 screen assist a partita e quindi appare piuttosto lontano dai vertici di questa particolare categoria statistica, ma tutto ciò va calato nel contesto agonistico della squadra di coach Kerr – settima nella lega sempre in fatto di screen assist con 10,4 e seconda assoluta nella scorsa stagione con 12,8 – in cui tutti si muovono per gli altri.

Qui il lavoro di Pachulia in fatto di blocchi, insieme a Draymond Green e Andre Iguodala, è palesemente fondamentale per consentire a Steph Curry, Klay Thompson e Kevin Durant di essere quelli che sono. Ci si può accontentare, no?

Se è vero che il blocco è sempre stato un fondamentale indispensabile nel gioco in attacco, è altrettanto evidente che nella NBA di oggi ha accresciuto in via definitiva la sua importanza. Infatti, anche se le squadre, per dare la caccia al titolo, tendono ad affiancare più superstar nel proprio quintetto, contestualmente non possono rinunciare ad almeno un titolare che, attraverso il lavoro sporco, i blocchi – screen assist o meno che siano – e tutto il patrimonio di intangibles, faciliti le evoluzioni dei più forti e spettacolari giocatori della lega.

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