Seguici su

Primo Piano

Siete pronti per i Playoff NBA?

Dieci domande per prepararsi al meglio per l’inizio dei Playoff NBA, l’evento sportivo dell’anno.

È inutile girarci attorno: l’inizio dei Playoff coincide sempre con il momento più atteso dell’anno. Per quanto le ottantadue partite di regular season diano più possibilità di fare indigestione di pallacanestro, o per quanto ci piacciano tanto i momenti della lottery, del draft o della free agency, niente è comparabile con l’inizio della post-season. È quel momento dove si inizia a fare sul serio, dove vengono fuori i reali valori delle squadre; dove si fa la storia della Lega-più-bella-del-mondo. Sono i Playoff NBA baby, are you ready?

  1. Prima di tutto, che playoff dobbiamo aspettarci?

La stagione regolare appena conclusa ha continuato a mostrare la grande evoluzione che è in corso da qualche anno. I semi piantati una decina di anni fa dalla rivoluzione copernicana dei Suns di D’Antoni stanno germogliando in piante sempre più robuste; l’importanza di saper spaziare il campo, di alzare il ritmo e di tirare da tre è sempre maggiore. Adesso i jump-shooting team non sono più una chimera, anzi, rappresentano la base solida della NBA. E vincono pure.

È incredibile come rispetto anche solo ad un anno fa la situazione si sia ancora di più dilatata. Alle 2592 triple tentate (in regular season) dagli Warriors siamo passati alle 3306 (!) tentate dai Rockets, allenati proprio da Mike D’Antoni. Houston ha tentato oltre SETTECENTO triple in più rispetto ad un anno fa nella cristallizzazione pura della Moreyball. Ma anche le altre franchigie non sono state a guardare. Cavs (da 2428 a 2779), Boston (da 2142 a 2742, passando anche dal 33.5 al 36% di realizzazione). Molte squadre hanno nel tiro da tre punti il loro goal offensivo, al punto da rifiutare tiri ad alta percentuale sotto canestro per prendersi una tripla pregiata da un angolo in ritmo. È molto interessante vedere anche come gli attacchi cerchino di raggiungere questi tiri, visto che anche se il fine spesso è il solito la struttura offensiva cambia di squadra in squadra.

Animated GIF - Find & Share on GIPHY

Cambiato è anche il modo di andare a rimbalzo, sotto entrambi i tabelloni. Molte meno squadre investono nei rimbalzi offensivi, spaventate dalle terrificanti transizioni che giocatori come Harden, Westbrook o i John Wall sono in grado di scatenare. Non è un caso infatti che i piccoli prendano molti più rimbalzi a discapito dei lunghi, più impegnati a tagliar fuori. L’esempio lampante è Avery Bradley, che in una stagione è passato da 2.9 a 6.1 rimbalzi presi a partita. E i Celtics ― autori di una delle migliori regular season della stagione, cosa che potrebbe fruttare a Stevens il suo primo premio di Coach Of the Year ― sono proprio la dimostrazione lampante di questo cambiamento.

La versatilità tattica è essenziale e abituiamoci a vedere partite con sempre più quintetti piccoli, pieni di giocatori senza ruoli fissi, capaci di giocare una pallacanestro fluida e di saper fare tante cose. Il basket come tutto è evoluzione, cambiamento. Cambiamento ben rappresentato dalla ridicola quantità di record abbattuti in questa stagione: insomma, il vento sta cambiando.

2. Chi parte favorita?

Se questa fosse una corsa contro il tempo basterebbero tre parole: Golden State Warriors.

La Banda della Baia arriva a questi playoff col miglior record della NBA (67-15) chiudendo al primo posto per efficienza offensiva, sia per AST% che per Ast/Ration (assist ciò distribuiti su 100 possessi), percentuale reale dal campo e True Shooting. Tutto con la seconda difesa della Lega da 101.1 punti concessi su 100 possessi. In parole povere: una macchina da guerra.

Animated GIF - Find & Share on GIPHY

L’arma tattica in più rispetto alla scorsa stagione. Eh beh.

Neanche l’infortunio occorso a Kevin Durant ha fermato il galoppo dei Warriors ― nonostante un piccolo sbandamento durato tre partite (due se non si considera la Rest Game a San Antonio), dove hanno poi fatto seguito 14 vittorie e una sconfitta per concludere la stagione regolare. Gli Warriors arrivano a questi playoff al massimo della loro forma, con un Curry finalmente se stesso dopo un inizio di ri-adattamento, il miglior difensore della stagione, quel cannone infuocato che è Klay Thompson e soprattutto il rientro di Durant. Il primo turno contro Portland sembra perfetto per riscaldarli in vista delle serie più ostiche e, anche se è vero che i Playoff ad Ovest sono una vasca di squali, nessuno ad oggi sembra potergli impedire il terzo giro consecutivo alle Finals.

3. A proposito di squali… Houston-OKC. Quella che sarà la serie con più riflettori addosso vedrà anche il continuo della Battaglia Interstellare tra Harden e Westbrook. Ma c’è vita oltre loro due o è meglio prepararsi ad una lotta tra gladiatori svolta a colpi di buzzer beater da 10 metri fino a che non collassa l’universo?

Quella che per tanti (giusti) motivi è la serie tra Harden e Westbrook, i due principali candidati al premio di MVP, racchiude al suo interno anche molto altro, ovviamente. Per esempio è una serie tra due stili di gioco molto diversi.

I Rockets di D’Antoni sono una squadra flessibile, dinamica, che gioca una pallacanestro estremizzata, quasi minimale; piena di giocatori in grado di fare fuoco da distanze siderali e guidata da un Harden efficace mai come quest’anno e totalmente in controllo della situazione. OKC dall’altra parte ha in Westbrook il sole a cui tutto gira intorno. Donovan ha capito fin da subito i limiti dei suoi ed ha contribuito a sviluppare un ambiente che permettesse al suo numero 0 di esplodere come una supernova. Il risultato: una stagione in tripla doppia con 42 triple doppie, frantumando due record storici detenuti da Oscar Robertson.

L’highlight della stagione di Russell Westbrook.

I Thunder giocano una pallacanestro molto più fisica, basata su ritmo basso e difesa. Oklahoma è la miglior squadra della Lega a rimbalzo, ancora meglio a rimbalzo d’attacco. La presenza costante di due lunghi tra Adams, Kanter, Sabonis e il nuovo arrivato a Gibson garantisce una superiorità sotto le plance che da aprile in poi fa sempre comodo ― chiedere agli Spurs per conferme. Donovan utilizza i lunghi anche come amplificatori per il gioco di Westbrook, perché se da una parte tagliano fuori gli avversari a rimbalzo difensivo permettendogli di prendere palla e incendiarsi subito in transizione, dall’altra gli portano dei blocchi granitici che lo rendono più efficace nelle sue penetrazioni. Inoltre, soprattutto quando Russell va a riposarsi, il centro del gioco passa dalle loro mani (soprattutto con le ricezioni in post di Kanter).

Ci saranno tante cose da vedere: le abilità difensive di Robertson (che dovrà vedersela con Harden), la sfida nella sfida tra Westbrook e quel pitbull che risponde al nome di Patrick Beverley ― i due hanno già condiviso momenti poco amichevoli ―, la bellezza stilistica delle triple di Ryan Anderson, Steven Adams, e giocatori in grado di prendersi il palcoscenico come Eric Gordon e Oladipo.

Poi ovviamente da 63 triple doppie combinate qualcosa stile Capodanno del Drago a Hong Kong è lecito aspettarselo.

4. La vincente tra queste due potrebbe inoltre trovare di fronte gli Spurs al secondo turno. Ma come stanno gli Spurs?

D’accordo, cambiamo Conference…

5. Che ambizioni devono LEGITTIMAMENTE avere i Celtics in questa post-season? Si può parlare di Contender?

I Boston Celtics sono arrivati primi ad Est. Hanno migliorato il proprio record (53-29 quest’anno) per il terzo anno consecutivo ed hanno un genio in panchina (Stevens) e in campo (Thomas) che da adesso in poi conta tanto. Ma si può davvero parlare di “squadra favorita per la vittoria finale”?

I Celtics sono senza dubbio una delle certezze dell’Est. Sono una squadra sana, che gioca una pallacanestro efficace ed in estate e con l’arrivo di un’all-star come Horford hanno trovato il lungo perfetto per giocare il loro sistema. Questo è innegabile. Lo è però anche affermare che con questo gruppo di giocatori (fatta eccezione di Horford) i Celtics non hanno ancora superato un turno dei Playoff NBA e la loro struttura offensiva e difensiva mostra delle lacune ancora evidenti e attaccabili in una serie al meglio delle sette partite, dove è possibile fare aggiustamenti mirati. Forse è meglio rallentare un po’ con le aspettative.

C’è di certo che hanno l’obbligo di superare il primo turno, che li vedrà impegnati contro Chicago. I Celtics sono una squadra migliore e hanno tutte le carte in regola per passare il turno, ma i Bulls ― nella loro disfunzionalità ― rappresentano un’insidia. Difficile trovare una mina vagante più mina vagante di loro, e personalmente se fossi un tifoso di Boston avrei evitato volentieri il pericolo di giocare contro Playoff Butler e Playoff Wade. È vero anche che al Garden non vedono l’ora di vedere Playoff Isaiah Thomas.

The littleee guuuuuuuuuuuuy!!!

La sua stagione clamorosa si prolungherà anche nei playoff, ma le sue debolezze (soprattutto difensive) verranno esposte da chiunque giocherà contro i verdi. I Celtics non possono permettersi di fare a meno di lui in attacco, con i numeri che crollano vertiginosamente da 113.6 a 99 punti segnati su 100 possessi. In difesa la situazione si ribalta, con Boston che diventa molto più solida (appena 99.7 di Defensive Rating) grazie ad un parco esterni come Smart, Bradley, Crowder e Brown e la versatilità di Horford, capaci di cambiare su tutti i blocchi senza generare uno svantaggio evidente. La coperta è cortissima anche quando si parla di rimbalzi e rim-protection e, vuoi per mancanze nell’organico o per soddisfare i criteri della difesa di Stevens, anche qui la situazione potrebbe diventare difficile da risolvere. Interessante vedere come proprio il nuovo arrivato Horford non abbia contribuito a migliorare la situazione a rimbalzo dei suoi, vedi un po’ perché comunque non è mai stato un gran rimbalzista ma soprattutto perché è proprio il sistema di Stevens a penalizzare questo fondamentale.

Quello che i Celtics devono assolutamente fare e capire bene chi servirà (e chi meno) in vista di quest’estate dove ― tra lottery, draft e free agency ― si vedrà davvero prendere forma il futuro di questa squadra. L’essere arrivata prima nella Conference permette a Boston di non trovare Cleveland fino alla finale e questo sarà sicuramente un bel vantaggio. Quello dovrà essere il vero banco di prova della squadra di Stevens, capire se questo gruppo abbia o meno la possibilità di giocarsi ad armi pari l’accesso ad una finale di Conference contro avversarie come Chicago, Washington e Atlanta. Cleveland (e Toronto) restano più profonde e forse migliori, ma la chance che hanno i Celtics è grande. Da lì si vedrà il loro reale valore di Contender.

Precedente1 di 2

1-5

Clicca per commentare

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Advertisement
Advertisement

Altri in Primo Piano