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L’All-in dei Toronto Raptors

Con la crescita delle loro stelle e un mercato da protagonisti i Toronto Raptors si sono messi nelle condizioni di puntare al trono dei Cavs di LeBron. Ci riusciranno?

L’anno scorso, ad un certo punto, ci avevano creduto davvero in Canada. I 67 punti della coppia Lowry-DeRozan in gara 3, i 26 rimbalzi di Biyombo in gara 4, una difesa impenetrabile che costringeva Irving a tirare col 15% nella partita che riapriva la serie. Il sogno di una città, di una nazione intera che in quel #WeTheNorth si riconosceva fieramente, quasi per opposizione alle superpotenze degli States, ai Cleveland Cavaliers, ai LeBron James e ai Kevin Love. No, niente sweep. No, non pensate di festeggiare in casa, magari dopo aver rubato una partita all’Air Canada. Anzi, non pensate proprio ai festeggiamenti perché questa volta siamo pronti, questa volta in fondo ci arriviamo davvero, anche senza il nostro centro titolare. Questa volta vinciamo noi.

La secchiata d’acqua fredda arriva in una serata di fine maggio. La peggior partita della stagione della banda di coach Casey, una delle migliori della franchigia dell’Ohio; Carroll non ci capisce niente, i Big-Two sparano a salve, Biyombo restituisce il talento a Shaq. A fine primo tempo, alla Quick Loans Arena il tabellone dice 65-34 Cleveland, a fine partita dirà 116-78. Un massacro su tutti i fronti. Non ci crede nessuno che i Raptors possano riprendersi in Gara 6, il contraccolpo psicologico è davvero troppo forte: a Toronto i tre tenori dell’Ohio scrivono 83 punti, finisce 113-87 per i Cavs, alla seconda finale consecutiva, la sesta per il Re.

Per i ragazzi del Grande Nord è arrivato il momento di svegliarsi, di aprire gli occhi per rendersi conto che, l’essere arrivati così in alto, ha forse solo reso la caduta ancora più dolorosa.

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Ma una enorme dose di tenacia e perseveranza regna nei cuori canadesi. E quindi ci si rialza, ci si scrolla di dosso le scorie e le delusioni e ci si riprova: via Byombo, firmato ad Orlando a cifre a dir poco irragionevoli, dentro Sullinger per allungare la panchina e garantire un rimpiazzo a Patterson, quinquennale nuovo di zecca per DeRozan a quasi 140 milioni. La partenza è devastante: alle soglie dell’anno nuovo i Toronto Raptors viaggiano a vele spiegate con un record di 23-10, il miglior attacco della Lega – nonché uno dei migliori della storia – per efficienza offensiva (113.8) e il terzo per punti segnati (111.2), il secondo miglior Net rating (8.9) e la prospettiva che limiti non ce ne siano davvero questa volta.

Negli anni del run-and-gun, dei PACE spropositati, dei quintetti Small Ball, delle circolazioni veloci e delle piogge di triple, a viaggiare in “direzione ostinata e contraria” ci sono rimasti solo loro, coach Casey e i suoi giovanotti del Grande Nord. Semplicissimi sono i segreti del miglior attacco della Lega a inizio stagione. Il primo è la calma, la pazienza, la volontà di non rischiare giocate difficili per forzare le transizioni offensive, di non tentare tiri veloci senza copertura per il rimbalzo, di sfruttare il cronometro sempre fino all’ultimo secondo: al 31 dicembre il PACE dei Raptors è tra i dieci più bassi in assoluto (97.79) così come lo sono però, come rovescio positivo della medaglia (anche se solo parziale, dopo vedremo perché), la percentuale di palle perse a partita (12,3%, seconda migliore dietro agli Hornets) e i punti concessi agli avversari da turnovers (13,1, sempre secondi dietro a Detroit). Il secondo, che solo apparentemente è in contraddizione con il primo, è quello di liberare i purosangue DeRozan, Powell e compagnia sul campo aperto una volta recuperata palla. Toronto, non per caso, è prima sia in punti segnati da perse avversarie (19,7), sia nella percentuale di realizzazioni ex turnovers (17,8%).

Perfetta situazione di defense-to-offense: Delon Wright recupera palla nella sua area dando il via alla transizione offensiva guidata da Joseph, che poi va a concludersi con un fast break point con la schiacciata di DeRozan sull’alley oop proprio dello stesso Wright.

Gli schemi offensivi sono davvero pochi, e praticamente tutti passano per le mani alternativamente o di DeRozan o di Lowry. Già, alternativamente, perché in casa Raptors vedere più giocatori coinvolti attivamente in una singola azione è davvero molto complicato; l’attacco di Toronto, anche se tremendamente efficace, è infatti senza dubbio uno dei più noiosi da veder giocare. La palla gira poco, pochissimo (e questa è forse l’altra motivazione che fa in modo che il numero di palle perse sia così esiguo), con la seconda più bassa percentuale di assist dietro solo alla bookerizzata Phoenix (49%) e il terzo più basso assist ratio (15,4), e i canestri “unassisted” che sono quindi conseguentemente la maggioranza (52,8%, sempre primi), con il 62,9% da due e il 18,4% da tre (rispettivamente prima e decima percentuale più alta).

Di questi un numero enorme viene dalle mani di DeRozan, autore di una stagione a dir poco straordinaria figlia di una ormai piena maturazione cestistica, con numeri da capogiro e atteggiamenti sempre più bryanteschi”, soprattutto con riguardo all’abilità di costruirsi da solo i propri punti, visto che l’81% dei canestri da due del figlio di Compton è, appunto, non assistito e frutto di isolamenti (7 punti percentuali in più rispetto alla scorsa stagione). In queste situazioni, inoltre, il prodotto di USC è diventato molto bravo nel riuscire a guadagnarsi il fallo e ad andare in lunetta, con i Raptors che non a caso segnano ai liberi il 18,7% dei loro punti (secondi dietro ai Suns), e con DeRozan che proprio dalla “linea della carità” fa registrare più di un quarto del suo bottino giornaliero (26.8%).

Il segreto di DeMar è quello di cercarsi sul pick-and-roll sempre il mismatch più vantaggioso, con pazienza e perseveranza; si passa dietro al blocco, eventualmente si passa dietro ad un altro blocco e ancora e ancora, finché non si incontra il difensore più “giusto”, e a quel punto si decide se puntare il ferro o provare il long-two. In queste situazioni risulta quindi indispensabile avere dei lunghi molto abili nel portare continui blocchi e nel buttarsi poi sotto canestro per raccogliere quel poco che non passa dalla retina. Ecco, a tal proposito, Valanciunas e Nogueira(entrambi 3,7 screen assists a partita) i due rookie Poeltl e Siakam, e lo stesso Patterson sono proprio gli atleti che fanno al caso dei Raptors, che infatti hanno una delle più alte percentuali di rimbalzi offensivi della Lega (25,2%).

Sempre in questo contesto, i Raptors hanno bisogno anche di giocatori perimetrali, in grado di aprire il campo per concedere più spazio a DeRozan e prendere eventualmente i suoi 4 assist di media sugli scarichi, più frequenti nelle fasi della partita in cui la guardia statunitense inizia a venire raddoppiata. E’ quindi in questa circostanza che giocatori come Carroll e (di nuovo) Patterson, ottimi tiratori in grado di garantire anche uno straordinario apporto difensivo, diventano indispensabili per l’eco-sistema offensivo dei Toronto Raptors.

Patterson serve DeRozan e porta il blocco per la sua guardia, che cerca il cambio del diretto difensore, in questo caso Courtney Lee. Il primo blocco del lungo non va a buon fine e DeMar si ritrova nuovamente accoppiato al piccolo dei Knicks. A quel punto, però, invece di rassegnarsi, DeRozan cerca un secondo screen che, più incisivo del primo, porta al cambio difensivo e al mismatch con Anthony. Palleggio, meraviglioso fadeaway jumper (con difesa di Melo nemmeno troppo malvagia), canestro Toronto.

Situazione analoga. DeRozan passa dietro due blocchi per liberarsi di Otto Porter, che viene fermato da Valanciunas; una volta di fronte a Morris, però, il nativo di Compton intravede con la coda dell’occhio Patterson, che nel frattempo si è allargato per ricevere. DeRozan chiude il pick-and-pop e Gortat è troppo lento per ostacolare il lungo di Toronto che infila un jumper con relativa tranquillità.

Per inquadrare invece Lowry si potrebbe prendere il modo di giocare di DeRozan e rovesciarlo. Al secondo piace giocare dentro la linea dei tre punti, al primo piace giocare fuori; il secondo tira poco e male da tre (1,7 tentativi a partita realizzati con il 27%), il primo tira tanto e bene (8 tentativi con il 43%). Il secondo ti punisce se su pick-and roll passi davanti al blocco e provi a inseguirlo, il primo se passi dietro e gli concedi mezzo centimetro (48% delle triple sono non assistite).

Le cifre messe a segno dal nativo di Philadelphia sono incredibili, letteralmente: 23 punti con 7 assist e 5 rimbalzi, con un eFG del 56,8% e un PER di 23 punti. Un meccanismo imprescindibile dell’attacco Raptors, come dimostra lo spaventoso Offensive Rating di 123 punti per 100 possessi, e quello ancora più spaventoso dato dall’Offensive Box Plus/Minus, che fa registrare 7,3 di attivo. Inoltre la sua shot chart farebbe invidia a molti, molti giocatori.

Credits to basketball-reference.com

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Forse solo un altro giocatore può essere paragonato ai due sopra in termini di importanza e funzionalità all’interno del roster: Patrick Patterson. Mettete da parte i box score che con lui dimostrano davvero poco e concentratevi sul dato Win/Lose con e senza di lui: 40-23 con lui, 9-8 senza. Esattamente quel tipo di giocatore silenzioso, operaio, quasi invisibile che, nel computo definitivo, scopri sempre essere stato decisivo per le sorti della squadra.

Uno stretch four perfettamente complementare a Valanciunas, in grado di assicurare un vitale apporto difensivo da una parte e di allargare il campo per gli isolamenti di DeRozan giocando sul perimetro (garantendo un affidabile 37% dalla linea dei tre punti) dall’altra. Il tutto, inoltre, non rinunciando mai ad andare bene e forte a rimbalzo. Un elemento indispensabile e irripetibile nel roster di Casey che in sua assenza, nel mese di gennaio, ha provato a rotazione Siakam, Poeltl e Sullinger, tutti con risultati nemmeno lontanamente comparabili. Proprio quest’ultimo, non a caso, era stato inserito nel roster dei canadesi ad inizio stagione per garantire un ricambio costante al nativo di Washington, tentando di non sovraccaricarlo nel corso della stagione e di averlo più fresco una volta ai Playoff. Così non è stato, un po’ per sfortuna, un po’ per uno stato di forma a dir poco rivedibile.

Fase offensiva: penetrazione in area di Joseph che, non trovando spiragli per segnare, decide di uscire dal pitturato per servire Patterson sul perimetro. A quel punto Portis tenta un closeout alla disperata per impedire la tripla all’avversario che, invece, mette la palla a terra e, cogliendolo in controtempo, lo batte dal palleggio, concludendo al ferro per i due punti.

Fase difensiva (nell’azione immediatamente successiva): pick-and-roll altissimo tra Carter-Williams e Felicio che libera quest’ultimo mezzo metro dopo la linea dei tre punti. Il lungo dei Bulls a quel punto mette palla a terra e punta il canestro. Patterson è straordinario prima nel rimane attaccato a Portis per impedire lo scarico sotto canestro, per poi staccarsi dal suo diretto avversario (ormai chiuso anche dal rientro di Joseph) per andare a proteggere il ferro. Risultato: Portis inchiodato e nuova transizione offensiva per Toronto conclusasi con due liberi.

Insomma, le premesse ci sono tutte, l’attacco viaggia a meraviglia e le vittorie – nonostante il black out di gennaio in Patterson’s absence – arrivano in maniera regolare. Ma memori dell’anno scorso i Toronto Raptors sentono che manca ancora qualcosa per essere al livello dei Cavs. E’ un’evidenza troppo lampante, che non può sfuggire ad un General Manager bravo come Ujiri, che infatti a metà febbraio piazza l’all-in.

Per prima cosa scambia la prima scelta della franchigia del 2017 (che sarà attorno alla 20esima posizione) più Terence Ross per prendersi Ibaka dai Magic. Poi rimpingua il reparto esterni, orfano di Ross, prendendosi PJ Tucker in cambio di due seconde scelte e del cadavere di Jared Sallinger.

L’ala piccola ex Phoenix Suns arriva in Canada come back up di Carroll (anche lui mai realmente in piena forma fisica nel corso della stagione) per garantire un contributo infaticabile in fase difensiva e maggiore pericolosità dall’arco (38,7% la sua percentuale dietro la linea dei 3 punti). Ibaka invece riempe lo spot di ala grande titolare, con Patterson ad uscire dalla panchina, portando maggiore verticalità e protezione del ferro nella propria metà campo e aggiungendo un’altra freccia al già pericolosissimo attacco di Toronto. Potrebbero infatti essere vitali ai Playoff i quasi 15 punti ad allacciata di scarpa del congolese, che con un solidissimo 45% da tre e 47% da dentro l’arco, assicura un’ulteriore soluzione offensiva sui pick-and-pop. Ibaka inoltre amplia enormemente le possibilità dello scacchiere di Casey, vista la possibilità di essere schierato da 5 quando i quintetti avversari si abbassano, in particolare nei finali di partita (non a caso, il minutaggio di Valanciunas nei quarti periodi è calato vertiginosamente dopo l’arrivo di Ibaka). Il messaggio è chiarissimo: vogliamo vincere e vogliamo farlo quest’anno(sotto capirete il perché).

Ad oggi infatti, almeno sulla carta, i Raptors sono forse gli avversari più quotati per impensierire i Cavs, avendo la possibilità sia di “giocare piccoli” che di schierare il lungo sotto le plance, con Carroll e Ibaka pronti ad attaccarsi rispettivamente alle canotte di LeBron e Love, e le due guardie perfettamente in grado di sfruttare tutte le debolezze in fase difensiva del frount court avversario. Dall’arrivo dei due nuovi i Toronto Raptors viaggiano con un record di 17-7, con il terzo miglior Defensive Rating della Lega (102.4 concessi su 100 possessi dietro a Warriors e Spurs). Tutto questo ottenuto, peraltro, quasi interamente senza Lowry, fermo ai box per un infortunio al polso e rientrato solo qualche giorno fa.

Sono arrivate vittorie importanti contro Boston e Washington e, dopo aver fatto un bilancio complessivo degli ultimi due mesi, di indizi per ritenere a ragione che i Raptors possano risultare fra i protagonisti della post season NBA ne emergono parecchi, e solo a loro starà l’arduo compito di rispettare o deludere le tante attese che li riguardano.

Azione difensiva dei Raptors: Crowder porta il blocco per Thomas, con Tucker che accetta il cambio e si attacca ai pantaloncini del folletto di Boston, riuscendo a reggere il confronto in velocità fino in area, dove grazie anche al rientro di Ibaka coi tempi giusti, riesce a strappargli di mano la palla e a far ripartire la transizione.

Situazione di mismatch tra Thomas e Ibaka: vabè, niente commenti stavolta, le immagini parlano da sole.

I Playoffs che stanno per iniziare, però, saranno importanti per Toronto anche in ottica futura. Alla fine dell’anno i Raptors avranno un monte ingaggi garantito di circa 80 milioni, con un margine di manovra intorno ai 42 milioni prima della luxury tax line, che dalla prossima stagione scenderà da 127 a 122 milioni. Non pochi in condizioni normali; pochissimi, invece, se la contingenza ti impone la necessità di rinnovare contemporaneamente i contratti di Lowry, Patterson e proprio dei due ultimi arrivati Ibaka e Tucker.

Salaries Raptors

Dai 90 e passa milioni della prossima stagione dovette sottrarre i 12 di Lowry, che ha già annunciato che non eserciterà la player option e uscirà dal contratto, e dovete aggiungerci il futuro contratto del prossimo rookie canadese, che si assesterà tra 1/1,5 milioni. Il totale complessivo sarà intorno agli 80 milioni appunto.

Il solo contratto di Lowry – probabilmente l’ultimo della sua carriera – si assesterà quasi certamente tra i 30 e i 35 milioni annui, quello di Ibaka difficilmente scenderà sotto i 21 milioni (10 in meno del suo massimo possibile). A questi andrebbero sommati anche quelli di Patterson e Tucker, elementi importanti di questo core e che potrebbero benissimo far aggiungere altri 20/25 milioni. Detenendo i cap hold di tutti e quattro i Raptors potrebbero rinnovare i contratti senza finire nella luxury tax, ma questo vorrebbe dire bloccarsi completamente il cap (senza la possibilità di aggiungere nessuno) per i prossimi almeno tre anni. E la certezza di vincere con questo gruppo come detto non c’è. E allora che si fa?

Nel caso in cui Toronto dovesse raggiungere le finali di Conference anche quest’anno, la tentazione di riprovarci ancora qualche stagione potrebbe risultare troppo forte, e potrebbe spingere la dirigenza canadese a fare un sacrificio. A quel punto però sarebbero necessarie delle (dolorose) scelte. Se vuoi rinnovare Lowry e Ibaka non puoi rinnovare Patterson e Tucker; oppure puoi firmare i primi tre ma allora devi trovare il modo di scambiare Carroll per abbassare il monte ingaggi. O magari tieni anche DeMarre e smantelli la panchina puntando tutto su uno starting five solido. Insomma le possibilità sono tante ma tutte implicano sacrifici economici e tecnici.

La strada alternativa, ipotizzabile nel caso in cui i Raptors dovessero deludere ancora una volta nella post season sarebbe una sola: smantellamento e ricostruzione. E a quel punto tutto sarebbe assolutamente in bilico. Converrebbe rinnovare Lowry con un quinquennale da più di 170 milioni adesso che ha 31 anni e sta per iniziare la parabola discendente della sua carriera? Converrebbe rifirmare Ibaka dopo una stagione decisamente non positiva? Converrebbe continuare a puntare su Valanciunas togliendo spazio ai giovani lunghi? Tutte domande che a quel punto Ujiri sarebbe costretto a porsi, perché proprio da questi spinosi interrogativi e dal coraggio di prendere scelte ardue passa la difficoltà e la lunghezza della fase di transizione di una squadra prima della rinascita.

Credits to http://viewthevibe.com

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It’s now or (perhaps) never per Toronto allora. L’organico sembra il migliore possibile per ricoprire un ruolo da protagonisti nella post-season e forse mai come quest’anno (visti anche i problemi che stanno avendo i Cavs) c’è la possibilità di arrivare fino in fondo e giocarsi la Conference. Padroni del loro destino, custodi della speranza di una nazione intera che vuole smettere di svegliarsi dal sogno e vuole iniziare a viverlo davvero, ma con la ferma consapevolezza che, in caso di fallimento, questa volta la finestra potrebbe chiudersi definitivamente. Dipende solo da loro. In ogni caso: good luck Canadians!

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