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L’NBA dei nostri nonni – Oscar Robertson, “Mr. Triple Double”

Se la tripla doppia potesse avere un nome ancor più altisonante questo nome sarebbe Oscar Robertson. I motivi? Ve li spieghiamo raccontandovi la sua storia.

Robertson

Fin dall’inizio della stagione è un tema ricorrente la disarmante facilità con cui Russell Westbrook sta piazzando numeri roboanti, chiudendo, spesso e volentieri, con una notevole tripla doppia. Andando ad analizzare le sue prestazioni, facendo corsi e ricorsi storici, si nota sempre un certo nome fare da pietra miliare, termine di paragone da osservare meravigliati per la sua irraggiungibilità, un po’ come succede quando fa capolino Wilt Chamberlain nella maggioranza bulgara delle statistiche individuali. L’atleta in questione fu un contemporaneo del prodotto di Philadelphia, battagliando con lui e l’altro grande centro di quella generazione, Bill Russell, per diventare il miglior giocatore di quell’epoca eroica, ormai lontana ma dalle connotazioni quasi mitiche. Il risultato fu una miscela quasi unica di talento ed abnegazione, una guardia capace di segnare a piacimento, di prendere rimbalzi come se piovesse e distribuire assist puntualmente al compagno smarcato, riuscendo in un’impresa che, proprio come i 100 punti di Wilt, sembra destinata a restare insuperabile. Sì perché solo The Big O, al secolo Oscar Robertson, è stato in grado di chiudere una stagione con una tripla doppia di media.

La vita di Robertson sembra rispecchiare il classico stereotipo del giocatore di colore che nasce in povertà ma, affrontando i problemi della quotidianità e le discriminazioni razziali, riesce poi ad arrivare al successo. Effettivamente per The Big O il percorso non fu alquanto semplice sin dalla nascita, avvenuta il 24 Novembre 1938. Cresciuto nelle housing project di Indianapolis, i quartieri popolari, si avvicinò sin dalla tenera età al basket, più facile da giocare per i bambini più poveri, che potevano improvvisare grandiose partite senza avere tutti i ferri del mestiere. Tirando palline da tennis o similari, Oscar iniziò a sviluppare un certo amore verso il gioco che, di pari passo con la crescita fisica ed atletica, lo indirizzò definitivamente verso la pallacanestro. Al liceo frequentò la Crispus Attucks High School che già dal nome, dedicato al primo Americano di colore a cadere durante la rivolta per l’Indipendenza, fa capire come la squadra fosse interamente composta da neri, con le relative conseguenze e discriminazioni in un’epoca ancora particolarmente buia in tal senso. Robertson, già dotato di suo, venne sottoposto ad interminabili sessioni di apprendimento dei fondamentali da parte del coach, Ray Crowe, che avrebbero presto dato i frutti sperati.

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La squadra della Crispus Attucks nel 1956; credits to: hoopshall.com via Google

Il primo anno, però, non terminò come ci si sarebbe potuto aspettare. Oscar era sì diventato una forza della natura, ma Crispus Attucks dovette arrendersi nella semifinale del campionato statale 1954 al cospetto di Milan High School, la stessa immortalata poi tre decenni successivi nel film Hoosiers. Già, perché, come suggerisce il titolo della pellicola, 49 Stati hanno il basket, ma questo è l’Indiana. Il campionato liceale è da sempre considerato come una delle principali manifestazioni sportive all’interno dello Stato, con un appeal che affonda le proprie radici sin in epoche remote. Nessuna high school composta da giocatori di colore aveva mai vinto l’ambitissimo trofeo. Nessuna prima dell’avvento di Oscar Robertson. The Big O trascinò Crispus Attucks a due titoli dello Stato, 1955 e 1956, venendo eletto Mr. Basketball dell’Indiana nell’ultimo caso, e segnalandosi come uno dei più forti giocatori dell’intera nazione. La tradizionale parata destinata ai campioni prevedeva il solito itinerario, con la processione che si fermava al Monument Circle in pieno centro città per le celebrazioni. La vittoria di una squadra di colore, però, aveva scombinato i piani. I festeggiamenti vennero accelerati, per paura di possibili atti di vandalismo da parte delle persone di colore, e l’intero carrozzone di giocatori e staff tecnico venne poi prontamente dirottato verso il quartiere nero di Indianapolis, evidenziando una certa disparità di trattamento rispetto ai campioni degli anni precedenti. Un affronto che Oscar, persona molto orgogliosa e fiera, non avrebbe facilmente dimenticato.

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Un rimbalzo o una gara di salto in alto?; credits to: silverscreenandroll.com via Google

Le difficoltà nella relazione con i bianchi del paese venne a galla anche al College. Robertson divenne infatti il primo giocatore di colore nella storia della University of Cincinnati. Nelle trasferte, spesso e volentieri, era relegato in dormitori invece che nelle consone stanze di un hotel, dove invece soggiornavano i propri compagni. Dagli spalti, poi, i tifosi non erano avari di commenti sul colore della pelle di Oscar che, in cuor suo, aumentava il proprio rancore verso quelle persone e la generale atmosfera del periodo. Fu forse quella rabbia, giustamente catalizzata sul parquet, a fargli sfoggiare prestazioni rimaste indelebili nella storia non solo dei Bearcats, ma della NCAA in generale. The Big O, infatti, perse solo 9 partite in 3 anni di Università, mantenendo un’incredibile media di 33,8 punti ad incontro e diventando il realizzatore principe nella storia del college basketball; sarebbe stato eclissato solo in seguito da Pistol Pete Maravich. Robertson fece incetta di premi individuali, riscrivendo il libro dei record della propria Alma Mater e venendo ripetutamente eletto All American e/o Giocatore dell’Anno. Tuttavia Cincinnati, pur raggiungendo due Final Four, si dovette arrendere alla California di coach Pete Newell nella Semifinale per il titolo in ambedue le circostanze, vedendo sfumare i sogni di gloria. Per il prodotto di Indianapolis non sarebbe stata l’ultima volta che i successi di squadra avrebbero tardato ad arrivare.

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West e Robertson medagliati a Roma; credits to: realclear.com via Google

Dopo aver condotto il primo vero e proprio Dream Team della Nazionale Americana alla medaglia d’oro in occasione delle Olimpiadi di Roma 1960, per Oscar Robertson era arrivato il tanto agognato momento di cimentarsi nella National Basketball Association. Sfruttando le possibilità derivanti dai regolamenti allora in vigore, segnatamente le territorial pick, i Cincinnati Royals scelsero l’ex Bearcat per farne la stella di assoluto riferimento. Dopo tanti anni vissuti in povertà, finalmente i soldi erano arrivati in casa Robertson, frutto sì del talento donato da Madre Natura, ma anche di tanto e duro lavoro. L’impatto con la nuova Lega? Discreto. The Big O venne infatti eletto Rookie dell’Anno ed MVP dell’All Star Game, vincendo inoltre la classifica degli assist, detronizzando dopo 8 anni Bob Cousy, un personaggio che, per dirla alla Lucarelli, ci verrà utile più tardi. Playoffs? Nemmeno l’ombra, dopo una stagione da 33-46, a dispetto della presenza in squadra di un altro realizzatore come Jack Twyman. Le medie di quell’annata, però, restano “decenti”: 30,5 punti, 10,1 rimbalzi, 9,7 assist. Era nato un nuovo fenomeno del basket mondiale.

La regular season 1961-62 fu una delle più incredibili di sempre nella storia della Lega, probabilmente la più irripetibile. Robertson, ora al secondo anno, era desideroso non solo di far vedere le proprie immense qualità, ma anche di poter giocare i Playoffs. Il risultato fu una furia cieca che si abbatté sugli avversari, una sera sì e l’altra pure. Possesso dopo possesso, controllando i tabelloni, trovando sempre l’uomo libero e segnando a raffica, Oscar Robertson riuscì a completare quanto solamente sfiorato l’anno precedente. Con le medie, infatti, di 30,8 punti, 12,5 rimbalzi (record mai più eguagliato) e 11,4 assist, The Big O fece registrare la prima e unica stagione terminata in tripla doppia di media. Ed anche se in postseason Cincinnati venne subito eliminata 3-1 dai Detroit Pistons, la storica statline alzò nuovamente l’asticella, ponendola ad un’altezza che ancor oggi pare irraggiungibile. Che qualcosa di buono ci fosse nell’aria, in quel di 1962, è un altro elemento fuor di discussione. L’immortale tripla doppia di media di Oscar venne quasi messa in secondo piano dall’annata di Wilt, capace una sera di scriverne 100 ai malcapitati Knicks, e contribuendo alla nascita della leggenda della “stagione dei record”. La vera impresa nell’impresa, forse, fu che né Robertson né Chamberlain vinsero l’MVP stagionale, appannaggio del cannibale in maglia 6 di Boston.

L’impatto di Oscar sulla NBA fu devastante. Basti pensare che, nel complesso, le prime cinque stagioni assommate le chiuse in tripla doppia di media, sfiorando sempre per pochi punti decimali il repeat di quanto fatto nel 1962. Fu il prototipo della big guard odierna, un esterno di stazza che era l’incubo ed il terrore dei marcatori diretti. Robertson non aveva paura a fare il lavoro sporco, aveva istinti fenomenali nel passaggio e nel trovare sempre la soluzione migliore, e col fisico poteva spazzare via molti dei propri eversori. Si avvicinava in palleggio al canestro per poi farsi strada e trovare i due punti, spesso anche con una specie di fadeway, di cui, per certi versi, ne può essere considerato l’inventore. Al suo fianco, col passare degli anni, evoluirono anche giocatori di un certo tasso tecnico, che contribuirono alla crescita dei Royals. Oltre al già citato Twyman, tessere importanti del puzzle furono pure Jerry Lucas e Wayne Embry; l’unica sfortuna per Cincinnati era quella di trovare sulla propria strada o Bill o Wilt.

Robertson

credits to: brooklyn-nets-basketball.com via Google

L’occasione più ghiotta, forse, fu nel 1963. Dopo una regular season da 42 vittorie, al primo turno ecco l’upset improvviso contro i Syracuse Nationals, con la vittoria alla bella di gara-5 in quel di New York, che dava così a Robertson non solo la prima serie vinta in carriera, ma anche la possibilità di sfidare i Boston Celtics nelle Finali dell’Est. I Royals sorpresero i ben più quotati avversari portandosi sul 2-1, prima di soccombere per 2 volte di seguito. Oscar si scatenò in gara-6, rimandando il tutto alla decisiva settima sfida. La partita fu uno scontro in piena regola, punteggi altissimi e combattuta sino ai minuti finali. Robertson ne mise la bellezza di 43 ma, per sfortuna sua e di Cincinnati, Sam Jones fece meglio con 47, dando così la vittoria ai Celtics sul 142-131. I Royals non si sarebbero più avvicinati così tanto al titolo.

Nell’annata 1963-64 The Big O si promise di riuscire a raggiungere l’anello. Giocò una stagione strepitosa col suo massimo in carriera per punti, 31,4, 11 assist e 9,9 rimbalzi ad allacciata di scarpe. Contestualmente, vinse i trofei di MVP della Lega e dell’All Star Game, guidando i suoi a ben 55 vittorie. Dopo aver vinto solo in gara-5 contro i Philadelphia 76ers di Hal Greer, ecco la nuova sfida ai Boston Celtics nelle Eastern Division Finals. Lucas, che era stato eletto Rookie dell’anno, si era procurato contro i Sixers un serio infortunio. Provò a giocare contro i bianco-verdi ma era visibilmente limitato. Russell e compagni, nonostante gli eroismi di Robertson, ebbero vita facile, sbarazzandosi in sole 5 partite dei Royals, rimandando quindi The Big O all’ennesima estate senza il titolo NBA.

Nonostante due annate comunque molto positive, nuvole nere iniziarono ad addensarsi sopra Robertson e compagni. Gli infortuni, il logorio e, non da ultimo, il ritorno ad Est di Chamberlain tra le fila di Philadelphia dopo l’esperienza in quel di San Francisco. Proprio i 76ers estromisero Cincinnati al primo turno nel 1965 in 4 gare, nonostante The Big O facesse registrare il massimo in carriera alla voce assist (11,5). L’anno successivo le cose non cambiarono di molto. Primo Turno opposti ai sempre formidabili Boston Celtics, con Red Auerbach alle sue ultime partite da allenatore. Robertson e Lucas trascinarono i compagni sul 2-1 nella serie, facendo temere il peggio per l’epilogo dell’uomo col sigaro su quella panchina. Russell e compagni, però, volevano fargli un ultimo regalo. Ribaltarono la situazione coi Royals, mandandoli a casa per 3-2, per poi volare verso l’ennesimo titolo. Nella stagione seguente solita storia: dopo i ritiri di Twyman ed Embry, ed un anno di pura transizione, arrivò un’altra prematura uscita al Primo Turno, ancora contro Philadelphia. Per Oscar Robertson stava diventando una vera e propria maledizione.

Robertson

credits to: grantland.com via Google

Le cose, se possibile, peggiorarono. Nelle successive due annate la squadra mancò totalmente i Playoffs, nonostante i soliti numeri impressionanti del proprio leader, che ebbe come magrissima consolazione un altro trofeo di MVP dell’All Star Game (1969). I tifosi iniziarono ad abbandonare in massa il palazzetto, costringendo così il management a trovare un escamotage per cercare di invertire la rotta. Per questo motivo, decisero di assumere come head coach Bob Cousy, la grande stella del passato dei Celtics. L’Houdini di Harwood, come era soprannominato, aveva l’intenzione di accelerare ulteriormente il ritmo e di ringiovanire la squadra. Per questo motivo, tradò l’All Star Lucas, dando spazio a qualche giovane di belle speranze. Il rapporto con Robertson non fu dei più idilliaci. Forse fu l”affronto” di esser stato superato, anche statisticamente, come miglior playmaker della storia, forse la collisione tra due ego di un certo calibro, fatto sta che Cousy non riuscì mai a stringere un solido rapporto con la propria stella. Dapprima gli tolse il pallone dalle mani, sgravandolo dai compiti di regista a cui era ormai avvezzo da oltre un decennio. Quindi, cercò di scambiarlo ai Baltimore Bullets, trattativa sfumata per il veto di Oscar. Poi, addirittura, decise di scendere in campo a 41 anni, e dopo un lustro di inattività. Tutte queste frizioni portarono in primis al terzo anno consecutivo senza postseason, alla rottura del rapporto tra Big O e dirigenza ed al declino ormai inarrestabile di Cincinnati, che da lì a pochi anni sarebbe stata costretta a cambiare città.

L’estate del 1970 si presentava carica di novità ed impegni per Oscar. Da sempre in prima fila per i diritti civili dei neri e dei propri colleghi, divenne ulteriormente famoso quando portò in tribunale il suo stesso datore di lavoro, ovvero la Lega, in quella che passò poi alla storia come il caso “Oscar Robertson contro la National Basketball Association”. Fino ad allora, la posizione dei giocatori era molto debole, in balia letteralmente delle dirigenze e dei proprietari. The Big O, stufo della situazione e da capo dell’Associazione Giocatori, lottò in prima persona per il cambiamento di tale situazione, che, di fatto, non contemplava l’esistenza della free agency, un’ipotesi impensabile se la raffrontiamo ai giorni odierni. Col procedimento poi vinto, solo dopo anni di duri scontri giuridici che, tra l’altro, ritardarono il previsto merger NBA-ABA, vennero abolite tutte quelle restrizioni che impedivano agli atleti di cambiare maglia allo scadere del proprio contratto, incentivando non soltando la free agency vera e propria, quanto anche l’impennata dei salari minimi e massimi dei giocatori della Lega.

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Oscar Robertson finalmente in maglia Bucks; credits to: chantsports.com via Google

Contemporaneamente, da un punto di vista squisitamente sportivo, dopo tante trade fallite, finalmente andò in porto quella che sanciva il passaggio di Oscar Robertson dai Cincinnati Royals ai Milwaukee Bucks. I Cerbiatti erano una formazione in rampa di lancio, giovane, ben allenata da coach Costello e con tante bocche da fuoco, a partite dall’inafferrabile centro Lew Alcindor, ai più noto come Kareem Abdul-Jabbar. The Big O sapeva che i suoi numeri sarebbero inevitabilmente calati, così come i possessi a propria disposizione. Tuttavia, era conscio che era un’occasione unica per vincere quel maledetto titolo. Si mise interamente a disposizione di squadra e staff tecnico.

I Buck dominarono letteralmente la regular season. Bilancio finale di 66-16 con la striscia record di 20 successi consecutivi, ancora oggi tra le migliori di tutti i tempi. Con Alcindor a fare incetta di premi, Oscar si era concentrato sulle possibilità da secondo violino e ad orchestrare un attacco pericoloso in quasi tutti gli elementi. Arrivati alla postseason come la formazione da battere, Milwaukee non deluse le aspettative. San Francisco Warriors liquidati in 5 partite, per poi affrontare i temibili Los Angeles Lakers di West e Chamberlain. Tante volte Robertson aveva visto il numero 13 col pizzetto uscire da vincitore nelle appassionanti sfide degli anni precedenti. Questa volta, complici anche le precarie condizioni fisiche del proprio avversario ed un compagno di squadra in grado di reggerne il confronto, le cose sarebbero andate diversamente. Alcindor fu semplicemente troppo per i Lakers, che dovettero soccombere in appena 5 gare. Per Oscar questo voleva dire, finalmente, il viaggio verso la Terra Promessa e la serie finale. Le NBA Finals 1971 avrebbero visto opporsi i Milwaukee Bucks ed un’altra formazione piena di giovani talenti, i Baltimore Bullets di Unseld e Monroe. Ad un niente dal Paradiso Cestistico, The Big O non era intenzionato a commettere passi falsi. L’ex stella di Cincinnati, e con lui tutti i suoi compagni, furono semplicemente inarrestabili. Per la seconda volta nella storia l’atto finale terminava con uno sweep, un secco 4-0 che sanciva la vittoria del titolo NBA per Oscar Robertson, dopo tanti anni di digiuno e critiche. Negli spogliatoi, intervistato dall’ex compagno Twyman, si lasciò andare a tutta quella gioia repressa per anni, ad assaporare quel bagno di champagne che gli sfuggiva sin dai tempi del liceo. Non avrebbe corso il rischio di terminare la carriera all’asciutto.

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The Big O con Kareem Abdul-Jabbar; credits to: thecomeback.com via Google

Con l’avanzare dell’età, le statistiche di Robertson continuarono a scendere, pur rimanendo impressionanti per uno con un discreto chilometraggio. I Bucks erano una perenne contender, grazie anche all’apporto del loro leader emotivo, oltre che alla devastante forza di Abdul-Jabbar. Nel 1972 arrivò un’altra Finale di Conference contro i Lakers. In quella che passò alla storia come La battaglia dei Giganti, in un duello degno di un ring, fu alla fine Wilt a prevalere sul più giovane rivale in 6 combattutissime gare. Nell’annata successiva, la terza consecutiva con almeno 60 vittorie in regular season, arrivò un imprevisto stop al Primo Turno contro i Golden State Warriors di Rick Barry. A 35 anni di età, Oscar decise che la sua ultima stagione, la 1973-74, sarebbe stata quella dove spendere il gettone finale per conquistare un secondo anello. 59 affermazioni in regular season, ed una sola sconfitta nei Playoffs dell’Ovest, superando di slancio gli ostacoli Lakers e Bulls. Alle NBA Finals 1974 ad attendere Kareem ed Oscar vi era una vecchia nemesi, i Boston Celtics. Guidati da Cowens ed Havlicek, i bianco-verdi erano decisi a rinnovare i fasti d’oro dell’epoca Russell. Le squadre si divisero la posta in palio nei primi 4 incontri, avviandosi ad uno spettacolare finale di serie. In gara-5, in Wisconsin, i Celtics riuscirono a rubare il vantaggio del fattore campo, con la possibilità di chiudere i conti al Garden nella partita successiva. Sarebbe stata una delle più belle nella storia delle Finali NBA. Le formazioni si scambiarono giganteschi uppercut per tutti i 48 minuti e, quando fu necessario, anche nell’extra time. Robertson spalleggiò alla grande Abdul-Jabbar, segnando un paio di canestri importanti per tenere in vita i suoi. Col punteggio di 101-100 per i padroni di casa, con una manciata di secondi da giocare, Robertson eseguì in maniera pulita la rimessa. Kareem, pur essendo lontano dalla mattonella amica, si erse in tutta la sua altezza per scagliare il proprio marchio di fabbrica,il gancio cielo, proprio sul suono della sirena. Grazie alla prodezza del proprio centro, Milwaukee riuscì a rimandare l’esito alla decisiva gara-7. I miracoli però, erano finiti. Robertson chiuse con un misero 2-13, mentre Boston scappò via nell’ultima quarto, vincendo partita ed anello.

Si chiudeva così, con un sapore dolce amaro, l’incredibile carriera di Oscar Robertson. Impreziosita da un meritato titolo NBA, a fare da contraltare a tantissime frustrazioni per causa degli odiati Celtics. The Big O, in ultima analisi, è stato uno dei massimi pionieri del basket pionieristico degli anni’60 e, più in generale, punto di riferimento imprescindibile per la cultura afro-americana, per i cui diritti continuò a battersi anche negli anni seguenti al ritiro. Scontata l’elezione nella Hall of Fame e tra i 50 miglior giocatori di tutti i tempi, con tanto di maglie ritirate all’università e dagli odierni Kings ed una statua a raffigurarne le gesta proprio al di fuori del campus di Cincinnati. Inoltre, l’Oscar Robertson Trophy è stato intitolato in suo onore, venendo assegnato al miglior giocatore della stagione NCAA secondo l’associazione giornalistica di pallacanestro americana.

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L’elegantissimo Oscar Robertson Trophy; credits to: jerseydemic.com via Google

Tornando a The Big O, è vero che avrebbe potuto vincere di più, soprattutto da primo violino, ma ha fissato degli standard tuttora inarrivabili. Perché se si parla di triple doppie, di completezza e di all-around, Oscar Robertson non può avere rivali. Lo testimoniano, senza che ce ne sia ulteriore bisogno, le 181 volte in cui ha lasciato il suo marchio di fabbrica su di una Lega che ha contribuito a far crescere e migliorare.

Alessandro Scuto

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