The Dark Side of the Game 4/8: Benjamin Wilson

The Dark Side of the Game 4/8: Benjamin Wilson

Una storia struggente dall’epilogo drammatico, le cui riverberazioni arrivano a toccare persino la Lega dei giorni nostri. La storia di un ragazzo, dal South Side di Chicago, che nella prima metà degli anni Ottanta superava di gran lunga per fama anche Sua Altezza Aerea in persona.

In fondo all’Inferno c’è una piccola porta che apre sul South Side di Chicago.

Non è ovviamente un verso dalla Commedia Dantesca, ma una frase scritta a caratteri cubitali con una bomboletta spray, sui muri fatiscenti del quartiere più malfamato e pericoloso della Città del Vento; e forse non solo.

Il South Side è una delle tre grandi parti della metropoli dell’Illinois, in cui bische clandestine, bordelli e crack-houses si alternano a lavanderie a gettoni e negozi di ciambelle, dove esposti in vetrina trovano posto dei donuts da fare invidia alla “Luisona” del Bar Sport. Questo quartiere vanta un curriculum di tutto rispetto. Per più di vent’anni è stato saldamente nelle mani del triumvirato criminale Torrio-Capone-Guzik e teatro di una delle più cruente guerre fra bande della storia. E poi sì, nel marzo 1967, ha dato i natali alla promessa cestistica del secolo. Non Isiah o Hardaway, ma Benjamin Wilson, chiamato Benji dagli addetti ai lavori.

La speranza però non può fiorire in un posto come questo, deve essere schiacciata. Così purtroppo è stato anche per questo ragazzo di appena anni 17, freddato un pomeriggio di novembre del 1984, proprio l’anno in cui quello che sarebbe diventato il giocatore più forte della storia faceva il suo ingresso nella Nba.

credits to: "ESPN", tramite Google
credits to: “ESPN”, tramite Google

Come vuole la tradizione, per cui l’avvento di un bambino eccezionale debba esser annunciato da un fenomeno naturale di grande portata, niente cometa per Benji, ma la sua venuta fu preparata dalla più violenta e catastrofica tormenta di neve mai verificatasi negli Stati del Midwest, che colpì Chicago il 26 di gennaio.

Figlio di Maria, neanche a farlo apposta, e Benjamin Senior Wilson, Benji crebbe circondato dalle posse di quartiere del South Side. Un vortice di criminalità dal quale però, al contrario di molti altri atleti di cui abbiamo già parlato, Benjamin rimase a debita distanza, isolato dietro un’aura d’immunità guadagnata col talento espresso sul selciato.

Alle medie gli venne sottoposto un quesito di routine: quale high school avrebbe scelto e perché. Per molti dei suoi compagni questa domanda era fine a sé stessa. La strada era la sola scuola superiore che potesse accogliere i figli del South Side. Ma Benji possedeva quella lungimiranza e determinazione che da sempre contraddistingue i campioni dai buoni giocatori.

Simeon High School, to become a pro basketball player

Ecco la risposta di Wilson Junior. Benji sin da bambino aveva maturato una carnale attrazione per la pallacanestro, che lo portava ad allenarsi in qualsiasi momento e con qualsiasi supporto gli si rendesse disponibile. Per strada smarcava avversari inesistenti per gettare in stap back la spazzatura nel cestino dei rifiutie tre! Non dovette passare molto tempo perché Benjamin abbandonasse la carta appallottolata in favore della sfera arancione.

credits to: "Wikipedia"
credits to: “Wikipedia”

Come da programma, Benji approdò alla Simeon, dove però trascorse il primo anno ai margini di una panchina già troppo affollata da freshmen e sophomore fisicamente più sviluppati di lui. Ma la predisposizione al non arrendersi lo spinse ad infrangere i propri limiti con una dedizione maniacale al Gioco. La natura poi pensò al resto. Nell’estate fra prima e seconda classe, Benjamin lievitò di 20 centimetri abbondanti, trovandosi a giocare in posizione di centro con spiccate caratteristiche da guardia tiratrice e piedi alla Fred Astaire. Il suo coach Bob Hambric lo soprannominò:

Magic Johnson with a jump shot

credits to "ESPN", tramite Google
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Perfetto. Con un altisonante ed azzeccato nickname come ciliegina sulla torta, la leggenda di Wilson poteva davvero cominciare.

La Simeon High School era un’eccellente scuola sul piano sportivo ed accademico, ma ciò che le mancava per essere anche una fra le più ambite dell’Illinois era un gonfalone da appendere al soffitto del palazzetto. Benji, nel suo anno da junior, decise che fosse arrivato il momento giusto per colmare quel vuoto nella palestra e che lui ne sarebbe stato il principale artefice. In un anno la sua casacca numero 25 divenne la più temuta dello Stato. Nessuna squadra riuscì a frapporsi a Wilson ed il suo obiettivo, nemmeno l’imbattuta Evanston, poi sconfitta clamorosamente in finale. Simeon vinse così il proprio primo titolo statale e Benji alzò al cielo il trofeo di MVP, ricevendo persino le congratulazioni di Magic in persona, quello senza jump shot.

Nel 1984, l’impresa aveva fatto di Benji il cestista più famoso di Chicago. Si vociferava sì di certo Michael Jordan in arrivo ai Bulls dalla North Carolina, ma il pensiero comune rimaneva:

e questo quando ci arriva a Benji?!

credits to: "nbaalmaximo.com", tramite Google
credits to: “nbaalmaximo.com”, tramite Google

Wilson tuttavia non si fece mai distrarre dai media scatenati intorno a sé o dalle attenzioni che tutti adesso gli riservavano. Per Benji era semplicemente una questione personale fra lui e il canestro, il resto erano solo ombre; come quando giocava per strada, come quando la retina da bucare era il fondo di un cestino per la spazzatura e ciò che contava era allenarsi duro per diventare il migliore.

Effettivamente Benjamin il migliore lo diventò per davvero. Quello stesso anno fu invitato a partecipare all’ABCD Camp, un evento sportivo per i più forti liceali d’America sponsorizzato dall’Adidas e gestito da Sonny Vaccaro, colui che in un prossimo futuro avrebbe combinato il contratto fra Jordan e la Nike; diciamo pure un uomo a cui il fiuto per gli affari e l’occhio per i talenti non era mai mancato. Se chiedeste oggi a Vaccaro chi sia il migliore giocatore ad avere mai calcato il terreno dell’ABCD (e badate che ci sono passati anche Kobe, Shaq e Garnett) lui vi risponderebbe senza un dubbio Benji, garantito.

Wilson non era più solo il giocatore più forte dell’Illinois, bensì di tutti gli States, traguardo mai raggiunto prima da un Chicagoano.

credits to: "Bleacher Report"
credits to: “Bleacher Report”

I College gli facevano la corte in maniera quasi ossessiva: file sull’uscio di casa, pedinamenti in palestra, per strada; dovunque Benji andasse, uno scouter NCAA era già lì pronto ad accompagnarlo, per dirgli quanto sarebbe stato fantastico se lui avesse scelto di giocare per la loro università. Ma Wilson, isolato dietro il cappuccio della felpa, già sapeva quale sarebbe stata la sua destinazione: DePaul, l’università locale.

In mezzo ad un’estate di trambusto mediatico più calzante ad una star di Hollywood come Harrison Ford, che per inciso in quegli anni andava forte con Blade Runner e Guerre Stellari, piuttosto che ad un ragazzo di appena 17 primavere, nella vita di Benji successe qualcosa d’inaspettato, o meglio, successe qualcuno (passatemi l’espressione). La ragazza storica di Wilson, Jetun Rush, partorì un bel maschietto di nome Brandon. Il che faceva di Benji non più solo un campione, ma anche un giovanissimo padre di famiglia. E con l’effervescente eccitazione che può dare un figlio a quell’età, Wilson si promise di onorare il primogenito vincendo il titolo statale dell’Illinois per la seconda volta consecutiva, impresa per altro mai riuscita a nessuna superiore dello Stato. Benji probabilmente ci sarebbe anche riuscito, se non fosse stato che i tarocchi avessero ben altro in serbo per lui.

Nonostante la fama crescente, Benji non poteva trascurare il fatto di vivere ancora nel South Side, con un fratello tossicodipendente a carico, in una famiglia minata dalla povertà e con una bocca in più da sfamare. La situazione non migliorò quando Jetun prese a minacciare il povero Benjamin di privarlo del proprio bambino, per timore che la celebrità del padre potesse comportare squilibri nella crescita del neonato. La tensione finì per degenerare definitivamente nel pomeriggio del 21 novembre 1984, con conseguenze ben più gravi di quanto chiunque avrebbe potuto prognosticare.

credits to:"fold3.com", tramite Google
credits to:”fold3.com”, tramite Google

Sulla strada per Simeon, dove Benji avrebbe dovuto disputare il primo incontro stagionale con i suoi Wolverines, un’altra lite con Jetun sollecitò la giovane ad allontanare da sé il proprio boyfriend con una spinta violenta, la quale portò Benji ad urtare accidentalmente un gangster fermo sulla soglia di un pub nei paraggi. Costui era Billy Moore, una sorta di bravo post litteram che frequentava l’adiacente Calumet High School solo per il gusto di fare sega ad ogni occasione buona, ed andare a far danni in giro per il South Side assieme al compagno di merende Omar Dixon. Davanti al pub quel giorno c’erano entrambi, ed entrambi sapevano che il giovanotto di 2 metri appena franatogli addosso fosse Benjamin Wilson Junior: il miglior liceale d’America. Ma con la più elementare delle mentalità criminali, secondo Moore nessuno, ma proprio nessuno, poteva permettersi di pestargli i piedi e sperare di farla franca.

Il diverbio fra Benjamin e i due coetanei passò velocemente dalle parole ai fatti e Moore, terrorizzato dallo scontro palesemente iniquo, estratta dalla cintura la calibro .22 “d’ordinanza”, pronunciò frasi d’intimidazione che in Benji sortirono però un effetto contrario a quello sperato. Con il cestista sempre più vicino e minaccioso, Billy Moore in preda al panico lasciò quindi partire due colpi di pistola a bruciapelo nella direzione di Wilson.

Colpito all’addome, Benji venne condotto con urgenza all’ospedale più vicino, il St. Bernard Hospital, struttura assolutamente inadeguata per provvedere alle ferite d’arma da fuoco riportate dal giovane. La situazione si fece tragica e mentre Wilson in corsia lottava fra la vita e la morte, i suoi compagni, appresa la notizia, lo onorarono battendo Evanston per 71-50. Ma nella notte di quello stesso giorno, Benji si arrese di fronte all’unica sfida che nella sua vita non era stato in grado di sostenere.

Quella criminalità da cui Wilson era sempre riuscito a sfuggire infine lo aveva scovato e travolto. L’estrema speranza di redenzione per il South Side era finita per essere soppressa dal quartiere stesso, dalle sue contraddizioni e dalle sue “regole” senza senso.

credits to: "NBA.com", tramite Google
credits to: “NBA.com”, tramite Google

Il funerale ebbe un cordoglio di circa 8000 persone. Il reverendo Jackson, di lì a poco candidato alla Presidenza per il Partito Democratico, pronunciò in suo onore un discorso commovente e Benji fu sepolto con la frase Best in the Nation scolpita sull’epitaffio funebre, nello stesso luogo dove riposa ancora oggi Harold Washington, primo sindaco afroamericano di Windy City.

Da quel giorno, Benjamin Wilson ha significato per ogni figlio di Chicago votato al basket un esempio da seguire, un raggio di luce nel buio più oscuro, un numero 25 da indossare con orgoglio anche sul palcoscenico più importante del pianeta. Così come fa Jabari Parker nel Wisconsin, dove nonostante vesta la casacca numero 12, ha il 25 ben cucito su ogni paio di scarpe. E soprattutto, come fa anche Derrick Rose al Garden, per altro divenuto ROY nell’anno in cui la maglia di Benji (e sua) venne ufficialmente ritirata dalla Simeon High School di Chicago.

credits to: "imgrum.com", tramite Google
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