THE SHOES: Derrick Rose

THE SHOES: Derrick Rose

Nella nostra rubrica andiamo oggi ad occuparci di un giocatore simbolo dei Chicago Bulls degli ultimi anni appena approdato a NY: Derrick Rose.

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Derrick Martell Rose nasce a Englewood, uno dei quartieri più difficili di Chicago, il 4 Ottobre 1988. Derrick non ha un padre ma riesce a non sentirne troppo la mancanza grazie ai suoi tre fratelli maggiori e alla mamma Brenda, che per l’incolumità dei figli affronta anche gli spacciatori del quartiere che ormai la temono.

I suoi fratelli Dwayne, Reggie e Allan compiono un ottimo lavoro nel tramandargli l’amore per il basket perché a soli 15 anni Rose viene nominato “Illinois Mr. Basketball Player” dal Chicago Tribune dopo una carriera all’high school che lo aveva proiettato fra i migliori dello Stato.

Puoi accontentare la tua sete di informazioni sulla biografia di Derrick Rose leggendo questo articolo.

Il Draft del 2008 vede una squadra familiare in prima posizione: i Chicago Bulls. Rose è la prima scelta assoluta davanti a Michael Beasley e, fra gli altri, Russell Westbrook e Danilo Gallinari; partecipa a due match di Summer League finché non viene fermato da una tendinite al ginocchio destro ma torna in tempo per la preseason e per vincere il Rookie Of The Year.

Credits to: niketalk.com
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Nonostante l’enorme potenziale espresso da Rose durante la sua giovane carriera, lo sponsor tecnico arriva “solo” un mese dopo il Draft e ciò gli permette di far ingelosire i brand che lo rincorrono. Alla fine sarà Adidas a mettere sotto contratto le prime due scelte di quell’anno, con 1 milione di dollari l’anno per Derrick e 650 mila dollari l’anno per Beasley.

Passa i primi due anni della sua carriera NBA a far innamorare milioni di persone in tutto il mondo, la sua maglietta si piazza in quarta posizione fra le più vendute dopo Kobe, Lebron e Howard e nel suo secondo anno partecipa all’All Star Game: è la prima volta che un Bulls viene chiamato all’ASG dopo Sua Maestà Jordan.

Il contratto con Adidas non gli permette una signature shoe già dal primo anno di NBA. Il brand tedesco ha infatti sotto contratto nomi altisonanti come Dwight Howard, Tim Duncan, Tracy McGrady, Chauncey Billups e Kevin Garnett e Derrick deve accontentarsi delle “Player Editions”: edizioni personalizzate di modelli già esistenti. Le prime scarpe che indossa con continuità nel primo anno sono le adidas TS Creator e le adidas TS Lightning Creator (rispettivamente in alto a sinistra e in alto a destra).

Credits to: kicksologist.com
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L’anno successivo Adidas si mette all’opera per creare la scarpa personalizzata al regnante Rookie dell’anno ma anche per il secondo anno Rose si accontenta di far tornare in auge i colori dei Bulls sui modelli adidas TS Cut Creator e adidas TS Supernatural Creator (in basso a sinistra e in basso a destra, foto precedente).

E’ la stagione 2010/2011 quando DRose può finalmente indossare delle Adidas che portano il suo nome. Il nome completo è adidas adiZero Rose 1, dove “adiZero” determina la modalità di creazione della scarpa partendo da zero ed aggiungendo solo il necessario per mantenere leggero il prodotto. La tecnologia principe delle Rose 1 è il collare removibile in Geofit, materiale simile alla gomma, che migliora l’aderenza e la funzione delle cavigliere rese famose proprio dal #1 di Chicago.

Per l’occasione viene realizzata anche una delle più brutte pubblicità di sempre, con la speciale partecipazione di Dwight Howard nel ruolo di pianista e cantante.

Credits to: nicekicks.com
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E’ passata solo metà stagione quando Poohdini (come recita un suo tatuaggio) allaccia le nuove adidas adiZero Rose 1.5.
Contrariamente a quanto possa far pensare il “.5”, le due scarpe si differenziano nella forma e nella sostanza: il collare removibile in Geofit ora diventa fisso e più alto (sotto suggerimento dello stesso Rose) e il pannello esterno della tomaia rimane in Sprintskin ma cambia decisamente aspetto.

Credits to: coroflot.com
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Rose diventa l’unico insieme ad MJ a ricevere il titolo MVP in maglia Bulls ma esce sconfitto dopo 5 gare contro i Miami Heat dei Big 3.
La linea delle signature shoe di Rose continua nel segno della cavigliera a cui Poohdini è ormai attaccato visceralmente. La adidas adiZero Rose 2 ha una tomaia in Sprintweb sulla parte laterale e in pelle sintetica sulla punta, mentre nella parte posteriore ci sono due fasce elastiche per adattare il fit con le cavigliere.

Credits to: sneakernews.com
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Il travagliato rapporto di Rose con gli infortuni non gli permette di godere appieno dell’estensione contrattuale con i Bulls né delle nuove scarpe, che vengono di nuovo modificate per la seconda parte della stagione. Le adidas adiZero Rose 2.5 hanno un pannello Sprintweb ancora più traspirante e leggero ma hanno dei rinforzi interni in zone ad alto impatto. Il problema caviglie torna ad essere combattuto con un collare in Geofit molto spesso che promette stabilità e supporto anche senza cavigliere. Questa è la prima scarpa che porta il logo di Derrick sulla linguetta senza mostrare nessuna firma altrove.

Credits to: solecollector.com
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L’ultimo infortunio rimediato in campo contro Philadelphia nei PlayOff 2012 non gli permette di indossare la scarpa finora più importante realizzata per lui da Adidas. Viene abbandonato il nome adiZero e le scarpe prendono ora il nome adidas DRose 3. Sulla linguetta trova posto il suo attuale logo, una D maiuscola con all’interno il numero 1, circondato da petali di rosa. La scarpa presenta un’intersuola con tecnologia EVA, una gomma compressa, che permette una maggiore ammortizzazione. La tomaia è realizzata in pelle e in nabuck e introduce dei fori a forma di diamante per facilitare la traspirabilità senza sacrificare il supporto.

Credits to: hypebeast.com
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Le adidas D Rose 3.5 sono semplicemente un’evoluzione del precedente modello, viene modificato e ingrandito il collare intorno alla caviglia e viene portato all’esterno il pannello sul tallone che dona stabilità nei movimenti.

Credits to: sneakernsstuff.com
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Sono passati 17 lunghi mesi dall’ultima apparizione sul parquet e Adidas ha preparato una DRose 4 con una separazione visibile nella parte posteriore, per dividere la parte anteriore in Sprintweb leggera e traspirante dalla parte in Geofit che deve necessariamente assicurare e stringere le povere caviglie di Poohdini.

Credits to: solecollector.com
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L’ultimo “0.5” episodio della linea di Rose avviene proprio dopo il suo infortunio a Novembre 2013 che lo tiene lontano dai parquet per il resto della stagione. Le adidas DRose 4.5 consistono semplicemente in una rivisitazione della tomaia con l’aggiunta di strisce per un look ancora più aggressivo.

Credits to: ballermindframe.com
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La vera rivoluzione degli ultimi anni in casa Adidas è senz’altro la tecnologia Boost. Introdotta dal brand tedesco nel 2013, consiste in un’intersuola composta interamente da microparticelle compresse che hanno la capacità di ridare la stessa energia che il piede esercita sulla suola nella fase della rullata. Per conferire la giusta stabilità alla tecnologia e per non renderla troppo soffice o troppo “tappeto elastico”, viene aumentata la densità delle particelle in modo da rendere l’intersuola più solida.

Credits to: solecollector.com
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La penultima scarpa, la DRose 6 Boost, non riesce a raccogliere consensi tra il pubblico a causa del suo aspetto ma riesce ad implementare la tecnologia Boost in quantità maggiore, creando una delle scarpe da basket più comode degli ultimi anni.

Credits to: sneakernews.com
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L’ultima Adidas segna la svolta, la rivoluzione. Rose ormai adulto lascia Chicago dopo 7 stagioni costellate di vittorie, giocate ai limiti dell’impossibile e numerosi infortuni, approda nella Grande Mela con ai piedi la punta di diamante di casa Adidas. Le adidas DRose 7 Boost hanno infatti una tomaia totalmente in Primeknit, un tessuto sintetico costituito da fili fusi insieme per offrire quello che in gergo viene chiamato “one-to-one fit”: il materiale tessile si adatta alla forma del piede senza esercitare pressione ma lasciando la sensazione di supporto e sicurezza tipica di qualsiasi altro materiale.

Credits to: sneakernews.com
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Articolo a cura di Alessandro Mandracchia

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