The Players Tribune: Kristaps Porzingis racconta la sua storia

The Players Tribune: Kristaps Porzingis racconta la sua storia

Il giocatore lettone racconta la sua vita: la famiglia, l’esperienza in Spagna, la malattia e infine il successo di un astro nascente che ha conquistato New York

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Quando stavo crescendo in Lettonia, i miei fratelli maggiori Janis e Martins inventarono un soprannome per me. Non era Porzee. Non era KP.

Era pastarītis

Pastarītis è una antica parola del dialetto lettone che significa “il figlio più piccolo della famiglia”, ma i miei fratelli la utilizzavano nel senso di “distante, distaccato, freddo”. Lo dicevano in ogni momento. Quando facevo dei danni o combinavo qualcosa, “Yo, pastarītis!”

E io pensavo “No, non sono pastarītis!”. Penso mi chiamassero così perché sul campo, mi limito a vivere il momento – sto solo giocando a basket. Non penso a nient’altro. Non rifletto troppo su ogni esito e ogni possibile scenario. Per i miei fratelli forse questo poteva apparire come se io non prestassi attenzione a quello che succedeva intorno a me. Nelle situazioni difficili, forse, un ragazzo normale direbbe:“Signori, non so se posso farcela’. Io dicevo ‘Fanculo! Lo farò!”.

Restavo sul semplice.

Io e i miei fratelli amiamo competere tra di noi, e questo è il motivo per il saltarono fuori quelle scellerate treccine. Quando avevo 10 anni, facemmo una scommessa su chi si sarebbe tagliato per primo i capelli. Io ero il più piccolo, e come ho detto, non avevo la minima idea di cosa stesse succedendo, così semplicemente i miei capelli crescevano e diventavano più lunghi – velocemente.

Vinsi la scommessa.

In realtà non vinsi niente, ma avevamo fatto quella stupida scommessa, perciò per un periodo mi trovavo ad avere i capelli lunghi. A quel punto, un giorno, stavo guardando Iverson e Melo giocare in NBA, e dissi ai miei fratelli: “Voglio farmi le treccine”.

E loro dissero: “Ok, grande! Ti faremo le treccine”.

Mi portarono da un parrucchiere e li me le fecero. Le tenni per qualcosa come un anno di seguito. Non andavo a scuola se non le avevo perfettamente intrecciate, cosicché nessuno mi vedesse coi miei capelli normali.

Credits to http://www.theplayerstribune.com/
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Ma un giorno le tolsi. Andai a scuola con i capelli lisci e, bene… Lasciatemi solo dire che, guardando indietro, non sarei mai dovuto andare a scuola senza le treccine. Ancora oggi, i miei fratelli me lo ricordano. Sono sempre stato sicuro di me e Martins mi dice sempre, “Guardati! Come puoi essere sicuro di te stesso? Stai di merda!”

Io gli rispondo, “Sono sicuro di me stesso perché sono pastarītis. Ricordi?”

Crebbi da solo per la maggior parte del tempo. Andai in Spagna per giocare a Siviglia quando avevo 15 anni. Considerando che tengo molto alla mia famiglia, essere lontano da loro e vivere in un Paese dove non parlavo la lingua era molto difficile. Presto, nella mia prima stagione, non dimenticherò mai quando il mio allenatore, Carlos Romero, mi chiese:

Cosa c’è che non va in te?

Non avevo una risposta.

Essere così giovane in Spagna non fu facile. Avevo nostalgia di casa e non riuscivo a parlare bene lo spagnolo. Ma una mattina mi sentivo particolarmente male. Ero sempre stato il primo ad arrivare in palestra, ma quella mattina mi sentivo male. Ad essere onesti, mi sono sentito male per un bel periodo. Il mio coach mi disse:

Sei con la squadra da tre mesi, dovresti essere in ottima forma ormai.

E io pensavo “Amico, non so cosa ci sia che non va in me”. Mi impegnavo, ma non riuscivo a tenere il passo dei miei compagni. Non riuscivo a spiegarmi cosa stesse succedendo. Arrivammo alla pausa di Natale, tornai in Lettonia e ricordo che passeggiando per l’aeroporto, sentivo di nuovo la gente parlare il lettone. E pensavo “Oh mio Dio. Che bello. E’ come il paradiso”.

Volevo restare a casa per tutto il tempo possibile. Rimasi in Lettonia per due o tre settimane, e fu perfetto. Ero di nuovo con la mia famiglia. In Spagna ero da solo, eccetto per i periodi in cui la mia famiglia veniva giù e si prendeva cura di me. I primi due giorni dopo essere tornato in Spagna pensavo: “Voglio tornare a casa. Non voglio stare qui”. Misi di nuovo in ordine le mie cose, e ricordo l’odore dei vestiti che mia madre aveva lavato quando ero a casa. Pensavo: “Oh Dio, profuma di casa… la lavanderia di madre. Voglio così tanto tornare in Lettonia”.

Ci pensai senza sosta per un paio di giorni. Il mio bagaglio era pronto sul letto, e aspettava. Poi ricominciai ad allenarmi con la squadra. E pensavo:

Sai cosa? Sono bravo!

Il basket mi fece smettere di pensare a tutto. Smisi di pensare a qualsiasi cosa che non fosse la pallacanestro. Quando ripresi a giocare i dottori della squadra iniziarono a darmi le vitamine, e io pensavo, “Ancora con le vitamine?”. Avevo già preso ogni sorta di sostanza quando avevo iniziato a stare male, e non credevo che adesso potessero funzionare.

Passò una settimana. Iniziavo già a sentirmi meglio. Due settimane, tre settimane. Pensavo: “Sì! E’ così che mi devo sentire”. Ma sapevo che avrei potuto correre di più. Non avevo mai sonno al mattino, ma in realtà mi sentivo bene! Abbastanza stranamente, la squadra non mi disse subito cosa non andava in me. Dopo qualche settimana, mi dissero che soffrivo di anemia.

Quando finalmente iniziai il trattamento, ero alto 6’8” (2 metri e 3 centimetri, ndr) e pesavo 71 kg, Ero uno scheletro. Prima che iniziasse la stagione successiva, ero salito a 85 kg. Mi sentivo bene e in forma, e il mio gioco decollò. Ora, guardando indietro, è interessante pensare a tutte le cose attraverso le quali sono passato e che ho fatto. Sono ancora qui, sono vivo. Ho dovuto lavorare. E ora mi sento bene. Cinque anni fa, non potevo correre per il campo durante l’allenamento senza che mi venisse voglia di andare a dormire. Ora, gioco ai New York Knicks.

La prima volta che arrivai a New York, questo cambiamento mi veniva sbattuto in faccia 100 volte al giorno:

“Whoa, sei alto! Giochi a basket?”

[Sospirando]”Sì”

“Wow! Per chi giochi?

[Sospirando ancora]”I Knicks”

“Amico, tu giochi per i Knicks! Ci facciamo una foto?”

Mi ci volle un po’ per abituarmi. Ora mi piacciono le attenzioni. Le persone mi riconoscono di più. Ma qualche volta qualcuno ancora mi si avvicina e mi dice: “Sai, dovresti provare a fare i soldi giocando a basket!”. Ho giocato alcune gare mostruose la scorsa stagione, ma uno dei momenti preferiti del mio anno da rookie è stato durante una partita che non contava nulla. Venne direttamente da uno dei miei sogni.

Mentre guardavo gli highlights che aumentavano, i tiri della vittoria iniziarono a sembrarmi davvero il massimo. Specialmente quelli all’ultimo secondo, quando la palla è ancora in cielo mentre scade il tempo, e semplicemente sfila attraverso la retina. Sapete quella sensazione quando non siete né addormentati, ma non siete nemmeno svegli? Ricordo quello stato in maniera vivida, quando ero bambino, e sognavo che qualcuno mi passasse la palla. E sobbalzavo come se la stessi realmente afferrando prima del tiro della vittoria all’ultimo secondo.

Così, eravamo a Charlotte. Avevo la palla con 0.6 secondi rimasti, tirai cadendo indietro e la lasciai partire. Era un game winner! Stavo festeggiando, diventando matto. I miei compagni mi stavano abbracciando, Melo stava ridendo. Il sogno diventato realtà.

E invece no.

Credits to http://nypost.com/
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Ero stato troppo lento. Gli arbitri confermarono il replay. Non vincemmo la partita – benché, in quel momento, mi sentivo come se l’avessimo vinta – ma fu importante per provare a me stesso che potevo prendermi quel tipo di tiri. I miei compagni sanno che non ho paura di quei momenti. E’ una cosa importante che ho dimostrato. Sono pronto a dimostrare ancora di più nel mio secondo anno. Ho solo 80 di overall in NBA 2K, perciò ho bisogno di migliorare.

In termini di obiettivi personali, non sono in grado di dire cosa farò. Ci sono obiettivi per me stesso e obiettivi per la squadra. Penso che dobbiamo arrivare ai Playoffs, e questo è ciò sul quale mi concentro. Un giorno poi vorrei realizzare una quadrupla doppia: punti, assist, rimbalzi e stoppate. Melo lo scorso anno è andato qualche volta vicino alla tripla doppia – in quanto giocatore chiave del nostro attacco è in una buona posizione per organizzare tutti noi – e questo so che è possibile nel nostro sistema. 10 stoppate, difficile… Non lo so.

Il mio primo anno a New York è stato pieno di bei momenti. Ho conosciuto Pirlo, David Villa, Dirk Nowitzki. Volete il migliore? Ve lo dirò.

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Stavamo giocando contro i Lakers, nella seconda metà della stagione. Kobe mi si avvicina dopo la gara e mi dice:

Hai un futuro luminoso davanti a te.

Mi sbalordì. Kobe è il mio idolo.  Era un onore. Vivendo eventi come questi, devo ammettere, mi scopro a pensarci troppo in questi giorni: “Avrei dovuto fare meglio? Avrei dovuto fare una giocata diversa?”.

Poi mi ricordo: ‘Rimani sul semplice, come hai sempre fatto‘. Questo è il mio modo di vivere. Sono giovane. Mi sto divertendo. Chi avrebbe mai pensato che un ragazzo dalla Lettonia avrebbe fatto rumore a New York?

Non sto salvando il mondo. Sto solo giocando a basket.

Rimani sul semplice.

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