Verso l’infinito e oltre

Verso l’infinito e oltre

La parabola ascendente di C.J. McCollum non sembra volersi arrestare: partito dall’essere il più piccolo tra i suoi compagni di scuola è attualmente la seconda bocca da fuoco dei Portland Trail Blazers e fresco vincitore del MIP.

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McCollum

Un laureato in giornalismo, parlando a dei ragazzi coinvolti in un progetto chiamato CJ’s Press Pass (ideato da lui in persona), spiega le differenze fondamentali tra chi parla e chi ascolta. “I’m just like you guys, only I have a better jump shot”. Già, perché oltre ad aver conseguito una laurea in giornalismo alla Lehigh University, il signore di cui sopra è stato chiamato con la decima scelta nel NBA draft 2013. Il suo nome è C.J. McCollum e ne risentiremo parlare in futuro, meglio prepararsi prima.

McCollum
Errick e C.J. McCollum

Nasce il 19 Settembre 1991 nella città di Canton, 40 chilometri scarsi da Akron, dove un paio di cestisti discreti hanno visto la luce. Posto mistico lo stato del Oiho, in grado di illudere per poi spezzare ogni sogno proibito. Ad esempio quando Lebron James venne scelto dai Cleveland Cavaliers i tifosi erano certi di tornare ad esultare dopo decenni di cocenti delusioni. Com’è andata a finire poi lo sapete. Oppure basti pensare alle elezioni presidenziali del 2008 dove un Hilary Clinton raggiante, dopo aver vinto le primarie in Oiho, ha esclamato che nessun candidato della storia recente è stato eletto se sconfitto nello stato delle castagne. Attualmente alla Casa Bianca non ci risulta che soggiorni Hilary. Anche la vita di C.J. sembrava orientata verso una carriera scolastica votata al raggiungimento di alcuni obiettivi che avevano a che fare con lo sport ma fino a un certo punto. Ad esempio fin da piccolo C.J. vuole fare il giornalista e infatti direziona i suoi studi verso il raggiungimento di tale scopo, ma alla fine del secondo anno di liceo la famiglia gli annuncia che o prende una borsa di studio oppure frequentare un college di un certo tipo rimarrà un sogno. Alla GlenOak High School il livello accademico non è esattamente tra le priorità, quello sportivo invece attira parecchi alunni da tutto lo stato. Effettivamente al ragazzo piace giocare a basket, gioca nella squadra della scuola, ma non gli ha mai dato troppa importanza, fino a che non viene a conoscenza della possibilità di studiare gratis al college grazie a una borsa di studio per lo sport. Passa un intera estate a migliorare il tiro, il palleggio, la tenuta fisica, cura persino l’alimentazione e dimostra un etica del lavoro che lo accompagnerà per tutta la vita.

McCollum
Misa che è cresciuto un po’

Alla prima partita nel suo anno da junior segna 54 punti (ovviamente record per la scuola) e catalizza l’attenzione degli scout che ogni venerdì vengono a vedere il talento di questo ragazzo che sfiora il metro e novanta. Chiude la sua carriera liceale come miglior marcatore nella storia della scuola, viene eletto Gatorade Ohio Boys Basketball Player of the Year, e comunque il telefono continua a non squillare. Quando lo fa dall’altra parte c’è qualche università di Division II molto interessata ma poco disposta a mettere sul piatto fondi necessari a coprire l’intera retta. Tale soluzione va benissimo ad Errick McCollum, fratello di C.J., fresco MVP della Eurocup con il Galatasaray e laureatosi a Goshen College. A volte un’opportunità basta e avanza, questo deve aver pensato il più piccolo dei McCollum quando Brett Reed, coach di Lehigh University, gli ha proposto di studiare giornalismo a Bethlehem (PA) e allo stesso tempo giocare in Division I.

McCollum

Il nome della città rimanda necessariamente alla storia di quel bambino nato in una grotta e diventato poi il simbolo della religione più diffusa al mondo. Di miracoloso questa storia ha ben poco dal momento che dal giorno in cui McCollum indossa la #3 dei Mountain Hawks la palestra diventerà la sua nuova casa. C’è una simpatica macchina chiamata “The Gun” che funge da sparring partner ad un giocatore che vuole allenare la ricezione e il tiro; questo marchingegno cattura rimbalzi sotto canestro e risputa la palla ad una velocità considerevole. McCollum la usa sia in solitaria sia con l’assistant Ryan Krueger il quale ci racconta che spesso lo dovevano trascinare fuori dalla palestra con la forza. All’interno della mente di C.J. esiste una specie di horror vacui emotivo per il quale non può lasciare libero nemmeno un pezzettino della sua giornata: quando non sta in palestra è in biblioteca o a lezione oppure a correre nei dintorni del campus. Qualche volta dormiva anche, ma coach Reed si ritrova davanti una macchina da prestazioni che non accetta standard minori del suo. “È vero prende molti tiri alcuni dei quali forzati ma lui sostiene che non passa la palla ad un compagno meglio piazzato perché non si è allenato quanto lui. Preferisce prendersi un tiro forzato perché lui ha lavorato per prendersi quel tiro e se lo merita. Quando senti queste cose puoi soltanto dire oh shit”. Queste sono le parole di Krueger il quale sviscerando le motivazioni di McCollum si accorge di quanto possano fare la differenza per raggiungere un obiettivo. La prima stagione a Lehigh segna 19,1 punti a partita conditi da 5 rimbalzi, 2,4 assist e 1,3 rubate che lo portano ad essere il Patriot League Player of the Year, prima volta nella storia per un freshman. Tali prestazioni trascinano la squadra al torneo NCAA dopo 5 anni di assenza dove Kansas fa scempio della piccola università della Pennsylvania. Intanto McCollum lavoro parecchio anche sul suo fisico, guadagna 13 chili di muscoli e si presenta il suo anno da junior carico a pallettoni, dopoché l’anno precedente la sua squadra aveva fallito l’accesso al torneo. Segna 21.9 punti di media ma ancora una volta il destino al primo turno del torneo NCAA mette un mostro sacro come Duke a sbarrare la strada. In quella partita C.J. smazza 6 assist e cattura altrettanti rimbalzi senza dimenticare che scrive 30 alla voce punti, il tutto uscendo dalla panchina. Il punteggio finale è tutto un programma.

McCollum

Per la prima volta nella storia dell’ateneo si va al secondo turno e per di più con uno scalpo come quello dei ragazzi di Coach K, il quale esterrefatto a fine partita si limita ad evidenziare come il giocatore più forte in campo giocava con gli altri, tutto qui. “Per tutto l’anno ho detto ai miei compagni di passarmi il pallone quando erano in difficoltà, io avrei fatto una giocato per loro”. Di giocate per la squadra C.J. ne fa diverse e dimostra non solo di essere uno straordinario lavoratore ma anche di possedere la cosiddetta smoothness. Proviamo (erroneamente) a tradurlo con tranquillità intesa come fiducia in se stessi e in quello che sta succedendo introno. Coach Reed sostiene che oltre all’etica lavorativa, oltre al QI cestistico, lo ha convinto proprio questa sua tranquillità nell’affrontare la vita. Dopo quella partita i paragoni sono di un certo livello e la stampa lo accosta ad un altro ragazzo del Ohio, esile, tranquillo, e allo stesso tempo letale. Steph Curry è uscito da un paio di anni da Davidson e gli addetti ai lavori ancora non sapevano che avrebbe cambiato il modo di concepire il basket, eppure questo paragone serve a comprendere quanto hype quel ragazzo magrolino di Canton avesse creato intorno a se. Al secondo turno Xavier interrompe la corsa dei Mountain Hawks ma per C.J. le sorprese non sono ancora finite. Un giorno il solito Ryan Krueger si presenta in palestra accompagnato da Tim Capstraw, telecronista NBA di lunga data. “C.J. avevi detto che questa cosa del giornalismo ti piaceva da morire. Ti ho portato un professionista”. Per McCollum è una delle esperienze più emozionanti della sua vita dal momento che passa la giornata a fare delle prove per commentare partite al fianco di un professionista del settore. Il giornalismo tuttavia sembra una passione messa da parte visto che al piano di sopra vorrebbero già vedere il nome di McCollum tra quelli eleggibili al draft. A dire la verità nessuno ci aveva capito granché dal momento che in una toccante lettera su Sporting News è lo stesso C.J. a spiegare che laurearsi per lui è una cosa imprescindibile, perché lo ha promesso alla madre e perché un giorno il giornalista lo vuole fare davvero. Nel suo anno da senior purtroppo scenderà in campo soltanto per 12 partite, costretto ai box da un infortunio al piede sinistro che chiude definitivamente la sua carriera collegiale.

McCollum

È il 27 Giugno 2013 quando David Stern, al suo ultimo giro di valzer, dice il nome di McCollum dopo averne detti altri nove. I Portland Trail Blazers hanno deciso di scommettere sul prodotto di Lehigh University, ateneo che fino ad allora non aveva mai prodotto giocatori NBA. Lo sponsor è di quelli importanti; Damian Lillard aveva stretto amicizia con il nativo di Canton un anno prima del draft, in C.J. aveva visto il fuoco che arde nelle persone partite dal basso e che puntano alla cima. Quando ha saputo che la sua squadra aveva scelto McCollum ha cominciato fin da subito a lavorarci insieme per creare quella chimica che oggi appare indissolubile. Non inizia nel migliore dei modi però l’avventura in NBA del prodotto di Lehigh dal momento che dopo una convincente Summer League (durante la quale in parecchi lo davano come favorito insieme a Oladipo per il ROY) il problema al piede sinistro si ripresenta nella vita di McCollum. Deve stare sei settimane lontano dal parquet e per aiutarlo nel processo di guarigione interviene mamma Kathy. La donna lo aveva già assistito a Bethlehem quando si era infortunato per la prima volta, adesso però il trasferimento della madre è definitivo. Nella vita di C.J. la figura materna è stata sempre di ispirazione e poterla avere accanto ogni momento di questa nuova avventura è un valore aggiunto inestimabile. Caso vuole che anche Lillard condivida la casa con la madre e spesso escono tutti e quattro insieme per godersi un po’ di relax come una famiglia allargata.

McCollum
Con mamma Kathy

Sul campo coach Terry Stotts rimane sbalordito ogni giorno dalla volontà di superarsi dimostrata da McCollum. Tatticamente sarebbe il rincalzo naturale di Wesley Matthews ma se quest’ultimo racchiude egregiamente il concetto di 3&D, l’altro aggiunge una dose di imprevedibilità necessaria in alcuni frangenti del match. Il ROY non lo vince ma la stagione successiva gioca 62 partite e mette un piccolo mattoncino per aiutare Portland a raggiungere i playoff. Al primo turno i Grizzlies passano 4-1 ma nell’ultima partita al FedEx Forum le gambe degli uomini di Memphis tremano sotto i colpi del numero 3. Sette triple a bersaglio, 33 punti (career high) e un insensata predisposizione a crearsi opportunità quando non sembrano esserci. Già, questa cosa delle opportunità vale dentro e fuori dal campo, dove il GM Neil Olshey rottama i Trail Blazers in estate restituendo a coach Stotts 1/5 dei titolari. La stagione 15/16 doveva essere una sorta di anno zero alla ricerca del maggior numero di palline il giorno della lottery. Non è d’accordo Lillard ma non è d’accordo nemmeno C.J. il quale, per migliorare le sue letture in campo, è andato fino in Canada per rivolgersi a sua maestà Steve Nash. Con l’ex play dei Suns McCollum ha lavorato parecchio durante la offseason e i risultati sono sotto gli occhi di tutti; ha ritirato un paio di giorni fa il premio di Most Improved Player of the Year annichilendo la concorrenza. Insieme a Lillard hanno trascinato Portland ai playoff e vanno a comporre il backcourt più mortifero della lega dopo gli “Splash Brothers”. Per McCollum è l’inizio di una carriera destinata a regalargli parecchie soddisfazioni sia quando si parla di basket, sia quando si parla di giornalismo, ambito nel quale può vantarsi di aver raccolto un’ intervista esclusiva ad Adam Silver. Attualmente tiene una rubrica su The Players’ Tribune e continua a ricercare attività che lo tengano impegnato durante l’intera giornata. È una macchina da prestazioni, è nato per questo, noi dobbiamo soltanto schiacciare play e guardare a bocca aperta.

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