Regular Season?

Regular Season?

Siamo sicuri che questa stagione sia stata regolare? il 73-9 di Golden State, il 40-1 casalingo degli Spurs, l’addio di Kobe……e ora i play off

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Penso che un sogno così non ritorni mai più. Inizia così la canzone italiana più famosa al mondo, il capolavoro di Modugno reinterpretato in tutte le lingue da migliaia di cantanti più o meno famosi. Ci vogliamo riallacciare all’inizio di “Nel blu dipinto di blu” per commentare quella che è stata una regular season indimenticabile, da sogno,  un susseguirsi di avvenimenti sportivi che hanno dato vita  a 82 giornate di basket che difficilmente rivedremo nel corso degli anni.  E la cosa ancora più sensazionale è che non finisce qui, il bello, le emozioni vere, le vibrazioni e gli spasmi adrenalici che solo il basket sa darci, devono ancora prendere il via con l’avvento dei play off. Se dovessimo rappresentare artisticamente  questa stagione regolare crediamo che il paragone più azzeccato sia con la Sagrada Familia. Il simbolo dell’arte catalana, l’opera prima, il lavoro più rappresentativo della vena artistica di Gaudì. Un tempio di rara bellezza che, nonostante sia ancora in corso di costruzione, è già una delle opere architettoniche più visitate dell’antico continente se non dell’intero pianeta. Eh si, un cantiere a cielo aperto, un qualcosa che, ancora lontano dalla sua intera compiutezza,  può essere definito come indimenticabile, unico, favoloso…. come la stagione Nba 2015/2016.

Credit to: www.documentarytube.com
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Sono tante le storie che si sono susseguite da ottobre ad oggi. Di sicuro la principale attrazione del circo di Adam Silver è la cavalcata dei Golden State Warriors. Alzi la mano chi poteva immaginare che Steph & C. potessero anche minimamente pensare di frantumare il record 72-10 dei Bulls di sua maestà MJ. Credo che nessuno, neanche il più pazzo dei visionari  o il più ottimista dei tifosi di Golden State, avrebbe potuto mettere in preventivo una stagione del genere, anche alla luce della sofferenza con cui i ragazzi della baia si sono aggiudicati il titolo 2015 contro una Cleveland priva di due pedine fondamentali come Irving e Love. E invece siamo qui a raccontarvi delle decine di record abbattuti dai ragazzi di Steve Kerr, dell’inenarrabile stagione del bi – MVP, delle capacità balistiche di Klay Thompson, della macchina da statistiche e di utilità a nome Draymond Green e della efficacia di chiunque entri in campo con la maglia giallo blu dei Warriors. Al più disattento dei seguaci della Lega potrebbe sembrare che finisca qui il racconto della stagione. Di che altro si potrebbe parlare in un campionato nel quale milita una squadra così forte, così completa? E invece il titolo non è mai stato così in dubbio.

Credit to: www.oraclearena.com
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Eh si, perché una stagione memorabile, al pari di quella dei Warriors, è stata disputata dai San Antonio Spurs. Trentanove vittorie casalinghe filate in casa, ad un passo dal chiudere imbattuti la stagione all’AT & T center, uno strapotere tecnico che ha scoraggiato tutti i tentativi di compiere l’impresa corsara all’ombra dell’Alamo. Tutti tranne uno, ovviamente quello dei Warriors. Non è dato sapere quando Popovich abbia stipulato con il demonio lo stesso patto narrato da Oscar Wilde ne “Il Ritratto di Dorian Gray”, e non è dato sapere dove sia nascosto il quadro che mostri l’effettiva e naturale decadenza fisica di una squadra sulla cresta dell’onda dal 1999, sta di fatto che alla vista di tutti, gli Spurs sono ancora giovani, affascinanti e dannatamente belli, tanto da pensare che possano giocarsi ancora la chance di vincere l’ennesimo titolo dell’era Duncan. E il terzo incomodo? Perché si sa che in ogni storia che si rispetti c’è un terzo incomodo, che spesso e volentieri la spunta tra i due litiganti. Potrebbe essere il caso di Lebron James, che con i suoi Cavs, sempre più suoi dopo la cacciata di Blatt e la promozione di Tyronn Lue, potrebbe approfittare della logorante e molto probabile serie di finale della Western Conference fra Spurs e Warriors e sfruttare l’usura di chi, quella serie, la porterà a casa. Il tutto per rendere un po’ più positivo il saldo delle Finals del prescelto, che finora recita 2 vittorie e 4 sconfitte. E Lebron sta scalando le marce, partito a rilento, nell’ultimo mese ha fato vedere a tutti di essere ancora pronto a dimostrare che non si decide nulla se prima non ci si presenta al suo cospetto. E le altre? Tutte da buttare? Vittime sacrificali? Nella Eastern conference la scalata alla cima sembra impervia ma la regular season ci ha regalato delle storie degne di essere raccontate. I Toronto Raptors si sono erti a super potenza della Eastern Conference, una stagione da record per la storia della franchigia, in grado di chiudere le prime 82 partite stagionali a ridosso del 70 per cento di vittorie. Lowry e Derozan sono i leader tecnici di una squadra, o meglio di una nazione, il Canada, che vorrebbe entrare di diritto nella storia della Lega annoverando tra le sue fila la prima franchigia non statunitense ad alzare il Larry O’Brien Trophy. La strada è lunga e parecchio impervia, e l’esperienza ai play off della scorsa stagione potrebbe giocare un ruolo decisivo nei momenti di difficoltà, che sicuramente si presenteranno già dalla prima serie di play off in una conference così equilibrata. Gli Atlanta Hawks sembrava dovessero svolgere un ruolo di dantesca ignavia in questa stagione, senza infamia e senza lode dopo l’ottima performance del 2014/2015, ma dopo la pausa dell’All Star Game si sono rimessi a correre e attualmente, all’alba dei play off, possono vantare la miglior efficienza difensiva delle Lega. Chissà mai che non debbano compiere il percorso inverso rispetto a quello di un anno fa dove partendo dall’ essere la più credibile alternativa ai Cavs, forti di una stagione regolare da record, si sciolsero come neve al sole nel momento decisivo. Menzione di lode va di sicuro a due franchigie plurititolate che negli ultimi anni avevano svolto il ruolo di nobili decadute. Se da una lato gli Heat, dopo l’abbandono di Lebron, sono riusciti dopo solo un anno a ritrovare i vertici della loro conference di appartenenza, grazie alla capacità di allenare di Erik Spoelstra, al ringiovanimento di Dwyane Wade, al nuovo ruolo di Bosh (sperando di rivederlo ai PO) e all’efficacia tecnica di giocatori di ottimo livello come Deng, Dragic e l’enorme Witheside, dall’altra una standing ovation la meritano Brad Stevens e i Boston Celtics. I ragazzi che dimorano sul parquet incrociato del Garden hanno stupito tutti e sono andati oltre le aspettative dei tifosi della franchigia più titolata della storia; non auguro a nessuno di doversi confrontare con loro in una serie di play off perché il piccolo Davide, Isaiah Thomas, nello stato mentale e fisico in cui si trova attualmente, potrebbe dar del filo da torcere a qualunque Golia gli si pari davanti. Charlotte, Indiana e Detroit chiudono il novero delle 8 meraviglie della Eastern Conference. Non di certo pezze da piedi, ma squadre fornite del talento necessario per ribaltare quel fattore campo che non le vede partire con i favori del pronostico. E i Bulls? E già i Bulls. Partiti con la convinzione di doversi giocare il primo posto a Est contro i Cavs si ritrovano fuori dai Play Off, insieme a John Wall e agli  Wizards, pagando i troppi infortuni e un cambio alla guida tecnica che ha tolto quella identità difensiva che era valsa loro tante fortune nell’era Thibodeau.  Tra le escluse da segnalare il notevole passo indietro dei Bucks, che pur riscoprendo un Antetokoumpo stratosferico, non raggiungono i play off e chiudono la stagione addirittura dietro i Magic di quell’ Aaron Gordon che tanto ci ha fatto sognare nello Slam Dunk Contest 2016 a Toronto. Solite delusioni, cui ormai si sono abituati, per i tifosi newyorkesi che meriterebbero franchigie molto più all’altezza della loro passione rispetto ai Knicks e ai Nets di oggidì; infine i Sixers che si cimentano per l’ennesimo anno nella pratica del tanking dal quale sperano di tirar fuori prima o poi una prima scelta che li riporti nelle posizioni che una franchigia di tal valore meriterebbe.

Credit to: www.bleacherreport.com
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Capitolo Est chiuso facciamoci qualche ora di aereo per raggiungere la West Coast. Detto e ridetto delle due super potenze, dietro troviamo le due eterne incompiute. Billy Donovan in un solo anno è riuscito a guadagnarsi la stima e la fiducia del duo più letale della Lega. Russel Westbrook, con le sue 18 triple doppie e Kevin Durant recordman nella striscia di ventelli consecutivi nella Lega, sarebbero i campioni incontrastati della NBA da parecchi anni a questa parte se solo non si giocasse in 5. Nell’anno che porta alla free agency di KD35 produrranno il massimo sforzo per raggiungere l’agognato anello, ma sembra che le prime due teste di serie siano imbattibili se non con un gioco di squadra pressoché perfetto. Alla numero 4 ci sono i Clippers, ancora loro, quelli in grado l’anno scorso di eliminare gli Spurs al primo  turno salvo poi dare un calcio al secchio del latte contro una Houston ormai in fin di vita e riesumata. Vedremo se CP3 quest’anno riuscirà a finalmente a far raggiungere ai Clips  almeno la finale di Conference, impresa piuttosto difficile, tanto più con il caso Blake Griffin che ha costretto l’ex Sooners, tra infortuni e sospensioni, a perdere più di metà stagione.  E poi c’è l’hack a DeAndre. Nei gradini più bassi della Western Conference ci sono in ordine di classifica Portland, Dallas, Memphis e Houston. Chi, a inizio anno, ha scommesso sui Blazers ai play off oggi sarà sicuramente una persona ricca. Ceduti quattro quinti del quintetto titolare dei Blazers ospiti fissi ai play off nelle stagioni passate, sembrava che Lillard dovesse vedere il suo immenso talento naufragare tra le pieghe dei margini della NBA. Niente di tutto ciò, Terry Stotts e Lillard hanno inscenato il più grande colpo gobbo degli ultimi decenni sportivi portando nelle migliori 16 una squadra che all’inizio sembrava dovesse lottare con Phila per il record peggiore della Lega. Il Grit and Grind di Memphis, causa infortuni si è trasformato in un vero e proprio ricovero di potenziali criminali che, nonostante tutto, ha portato la franchigia del Tennessee a giocarsi i play off, senza i leader tecnici Gasol e Conley ma con un Matt Barnes salito alla ribalta della cronaca, non solo per i litigi per affari d cuore con Fisher, ma anche per aver fatto segnare a tabellino una tripla doppia (se non è una stagione particolare questa…). Dallas e Houston, spuntandola sui Jazz degni di un plauso per la loro encomiabile stagione che purtroppo sarà vana, hanno raggiunto i play off sulla sirena, ma mentre per Dallas si può parlare di una stagione andata come ci si aspettava, vista la parabola discendente che stanno affrontando Nowitzki & C., per Houston si può parlare di stagione altamente deludente. I Rockets hanno addirittura rischiato di non acciuffare i play off e la difesa imbarazzante di Harden, la sterilità del supporting cast, i continui mal di pancia di Howard hanno generato una stagione vergognosa a livello di carica agonistica per chi, solo un anno prima aveva raggiunto la finale di Conference. Chissà mai che decidano di regalarci una serie di primo turno tornando i Rockets della stagione passata.  Restano fuori dalla lotta al titolo i Kings che a talento sono inferiori a pochi ma devono ancora raggiungere la maturità giusta per meritarsi la post season; Denver, con l’ennesimo infortunio del Gallo e la necessità di un periodo di assestamento per digerire i cambi a livello di guida tecnica; i New Olreans Pelicans, vittime di una serie innumerevole di infortuni, molti dei quali occorsi alla loro stella Anthony Davis mai in grado di a trovare continuità nella sua stagione; I Twolves, di  Towns, Wiggins, Lavine e Rubio, di cui risentiremo parlare negli anni a seguire, perché tanto talento giovane tutto assieme è destinato ad esplodere definitivamente nel prossimo futuro e i Suns dei quali possiamo anche omettere ogni commento. E in fine i Lakers.

Credit to: www.repubblica.it
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Eh si i Lakers, che quest’anno hanno disputato un campionato a parte, dedicando la loro stagione a Kobe, colui che negli ultimi 20 anni ha dato tutto per la canotta gialloviola, che negli ultimi 20 anni ha portato 5 anelli alla causa e che negli ultimi 20 anni ha regalato sogni ai tifosi e incubi agli avversari, accompagnandolo nel suo Farewell Tour che ha visto riconoscere la sua grandezza e onnipotenza cestistica in ogni arena NBA chiudendo con sessanta punti l’ultima gara della  sua gloriosa carriera. Per favore, prima di godervi questi golosissimi play off, dedicate un pensiero, un momento di riflessione, una preghiera alle divinità del basket, affinché Kobe rimanga per sempre nelle nostre memorie e ringraziateli, perché solo chi è in grado di mostrare tanta grandezza in vita (cestistica) merita l’immortalità.

Checco Rivano

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