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Da Siena al North Carolina, intervista ad Alberto Cessel

Viaggio nella vita di un liceale nella high school di Tracy McGrady, sognando la NCAA

Quando sei figlio di un ex giocatore di Fortitudo Bologna, Virtus Roma e Mens Sana Siena, e nasci in una piccola cittadina toscana che, dopo il Palio, respira vive di basket anche dopo il fallimento della squadra, che la palla a spicchi abbia un ruolo fondamentale nella tua vita è quasi scontato.

Sicuramente lo ha avuto in quella di Alberto Cessel, ragazzo senese classe ’97, trasferitosi lo scorso Settembre in North Carolina dopo 18 anni vissuti a Siena, tra liceo classico e vari campionati giocati in una delle 3 squadre della città, la Virtus.
Poi la possibilità di frequentare il quinto ed ultimo anno di liceo (come vuole la legge italiana, differente da quella americana, che lo costringerà a tornare in Italia a Giugno per sostenere l’esame di maturità) ed il trasferimento a Durham, nello stato del basket se ce n’è uno negli USA, per iscriversi al liceo di Mount Zion.
Noi lo abbiamo intervistato per farci dire le sue impressioni dopo i primi mesi negli Stati Uniti e le speranze per il futuro.

Quali sono le sensazioni e gli stimoli per il ragazzo italiano che corona il sogno di giocare oltreoceano?
Prima di tutto è una sensazione strana. Bellissima, perchè so di essere uno dei pochi in Italia a cui è stata data un’occasione del genere, ma allo stesso tempo sento la pressione dovuta al non poter e non voler fallire, quasi per rispetto nei confronti di tutti i ragazzi che vorrebbero essere al mio posto. 

Quali sono le differenze, dal punto di vista organizzativo e da quello degli allenamenti, tra il nostro basket e quello americano?
C’è un abisso, in tutti i sensi. Dal punto di vista organizzativo, almeno all’high school, è tutto affrontato con molto meno professionismo rispetto all’Italia. L’impressione è quella che le trasferte, così come i pasti quando con la squadra siamo fuori, siano interpretate con molta più superficialità rispetto alla mia vecchia società, dove i dirigenti pianificavano fin nei minimi dettagli quelli che sarebbero stati i movimenti della squadra per raggiungere un determinato palazzetto. Per fare un esempio, è capitato più di una volta di fermarci a mangiare in qualche fast food durante un viaggio, cosa impensabile a Siena.
Anche gli allenamenti sono molto diversi, e non nascondo di essermi sentito un po’ a disagio i primi tempi. Non esistono esercizi di fondamentali o di riscaldamento, che in Italia occupano almeno la prima mezz’ora di allenamento. Qua si fa 5 minuti di stretching, 3 giri di campo e si parte con due ore di 5 contro 5. Non c’è una grande analisi dei fondamentali e dei dettagli del gioco, preferiscono giocare e basta, senza pensarci tanto sopra, ma la competizione è altissima anche solo all’interno della squadra e questo fa mantenere agli allenamenti un livello altissimo. 

Qual è la cosa che più ti ha spiazzato al primo impatto con una high school americana, sopratutto dal punto di vista ambientale/sociale?
Ci tengo a precisare che la mia è una scuola privata e cristiana, quindi più o meno il completo opposto dei fantomatici licei americani che siamo abituati a vedere in televisione: l’edificio è piccolo e le regole piuttosto severe. 
Quello che più mi ha sorpreso è il doversela cavare da soli in tutto e per tutto; per fare un esempio, in Italia al liceo siamo tutti abituati ad avere un qualche punto di riferimento, dal preside ad un semplice professore, qualcuno che ci aiuti a capire come funziona l’organizzazione ecc. Qua invece bene o male se ne fregano di te, devi sbrigartela da solo, organizzandoti le domande per il college o per esami extra come SAT o TOEFL, ed è un’esperienza che sicuramente mi tornerà utile negli anni. 

Hai mai dovuto sopportare il peso di paragoni importanti nella tua vita? Magari con tuo padre Andrea?
Beh il fatto che mio padre abbia giocato da professionista per quasi tutto il corso della sua carriera alcune volte mi ha pesato, sicuramente quando mi sono trovato di fronte persone che lo avevano allenato o ci avevano addirittura giocato assieme, ma non posso assolutamente dire che questo sia stato uno svantaggio per me. Infatti, se da una parte devo reggere un certo paragone, dall’altra ho accanto a me una persona che ha affrontato e superato vari problemi che potrebbero capitare anche a me in futuro, e non posso che ritenermi fortunato per questo. 

Come gestisci il lato extracestistico? Hai 18 anni e una famiglia e amici in Italia, la tua vita è totalmente cambiata, a che tipo di sacrifici sei dovuto andare incontro una volta arrivato in North Carolina?
E’ stato un po’ traumatico estirparmi completamente dal mio ambiente, dalla mia scuola e da tutte le persone che fanno parte della mia vita. Vivendo nel dormitorio della squadra mi trovo a non uscire quasi mai, quindi sicuramente la parte che mi fa sentire più sacrificato è non poter neanche andare a fare un giro, una passeggiata per scambiare due chiacchiere con gli amici; può sembrare una cosa da poco, ma dopo alcuni mesi comincia a pesare. 

Il più bel ricordo legato al basket giocato da quando sei là?
Così a caldo mi verrebbe da dirvi qualche bella azione in partita, ma se devo essere sincero l’episodio che più mi ha ‘impressionato’ è successo in allenamento, pochi giorni dopo il mio arrivo a Durham. 
Mi stavo finalmente riuscendo ad abituare al ritmo ed alla velocità di questo gioco offensivo, così sulla penetrazione di un mio compagni ho tagliato dai 3 punti fino alla tacca grossa del post basso: passaggio schiacciato , ricevo, salto e schiaccio a due mani. Mentre ero appeso al ferro ho realizzato che un difensore mi era venuto addosso in aiuto, della cui presenza non mi ero minimamente accorto sul momento e che avevo sostanzialmente posterizzato. 
Appena sceso, tutti i miei compagni mi sono venuti in contro gasatissimi, complimentandosi e dandomi il 5 senza che io ne capissi il motivo, perchè okay che era stata una bella azione, ma eravamo in allenamento! Lì per lì mi ha fatto molto ridere.

La tua high school è la stessa frequentata da una leggenda come Tracy McGrady: la sua ‘aurea’ è ancora lì? Che effetto ti fa giocare in un campo sopra il quale campeggia il banner della sua maglia con il numero ritirato?
La sua presenza si sente e anche molto. La sua, così come quella degli altri giocatori passati da qui e poi diventati famosi. C’è tanta la gente, tra professori ed impiegati vari, che lavora qui sin dai tempi di Tracy, e nessuno perde mai occasione per raccontarci aneddoti o esempi di come l’etica del lavoro e l’umiltà di quei ragazzi li abbia poi portati sui migliori campi da basket di tutto il mondo. 
Poi viene naturale, facendo un semplice esempio: dopo cena il campo è libero e vado a fare due tiri o qualche esercizio di fondamentali da solo; dopo un’oretta o due sto per andarmene, ma poi guardo in alto e leggo “Tracy McGrady”, allora resto ad allenarmi un altro po’. Giocare qui è un continuo stimolo a cercare di migliorare. 

Quali sono le tue speranze per il futuro? Hai già avuto contatti con qualche talent scout dei college?  Il mio obbiettivo è rimanere qua per il college. Vorrei trovare una borsa di studio per poter continuare a studiare e giocare ai massimi livelli, mix che da queste parti si può trovare soltanto nelle università migliori. Essendo arrivato per il mio anno da senior, e non per quello da junior come mi sarebbe convenuto, per il momento non mi sono fatto notare abbastanza da ricevere qualcosa in più rispetto a semplici interessamenti, ma il campionato è ancora lungo ed è adesso che ogni partita diventa una vera e propria vetrina per il college. Tra 12 mesi spero che queste mie speranze si siano realizzate, e magari di essere in Division 1 a lottare per l’ingresso al torneo NCAA. Sognare non fa mai male!

 

Potete trovare Alberto su Facebook e Instagram (@cess18)

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