Seguici su

Primo Piano

Ritorno in Paradiso – Paul George

L’ascesa, la caduta, il ritorno. La vita di Paul George da Palmdale, eroe dei giorni nostri, che dell’abnegazione ha fatto il suo marchio di fabbrica.

George

“Lunga ed impervia è la strada che dall’inferno si snoda verso la luce”.

Dubito che Paul George conosca il Paradiso Perduto di John Milton e soprattutto che quella maledetta sera d’estate abbia avuto la lucidità di esprimersi in questi termini. Tuttavia, la sua paura e quella di ogni amante della palla a spicchi è stata senza dubbio quella di non vederlo più scorrazzare nel particolarissimo Eden targato NBA, almeno non da angelica e straordinariamente talentuosa creatura qual era. Non è facile rialzarsi dopo essere finiti improvvisamente all’Inferno, la risalita verso i piani alti è piena di insidie in cui è facile incappare. Saranno mesi duri per Paul, costretto ad un forzato e prolungato periodo di ferie; la speranza, seppur flebile, è quella di tornare nell’Olimpo della Lega e l’unico modo per tenerla viva è il duro lavoro quotidiano, al quale George, per sua fortuna, è avvezzo sin da piccolo.

La fantasia in famiglia sembra essere un esclusiva della futura stella NBA: sotto il sole californiano di Palmdale, dopo aver sfogliato la margherita dei papabili nomi Paul Sr. e sua moglie Paulette decidono di non rischiare troppo e di puntare su un usato sicuro. Nascere in California nel 1990 vuol dire assistere al predominio gialloviola dei Los Angeles Lakers, che gettano le fondamenta per i futuri trionfi della premiata ditta Shaq & Kobe. Il piccolo Paul, amante della pallacanestro fin dalla nascita, venera l’astro nascente di Kobe Bryant prendendo appunti su ogni singolo movimento, ma il suo cuore batte per gli sfortunatissimi cugini che rispondono al nome di Los Angeles Clippers, all’epoca distanti anni luce dai livelli di Chris Paul e soci. La squadra del cuore non gli riserva grandi soddisfazioni e allora il giovane Paul, spinto dalla sorella maggiore Telosha, decide di dedicarsi alla pallacanestro in prima persona. I risultati, volendo ricorrere ad un eufemismo, sono piuttosto soddisfacenti.

Paul George

Talento eccezionale combinato ad un comportamento spesso sopra le righe. E’ questo il leitmotiv di gran parte degli atleti NBA, ma è qui che entrano in gioco papà Paul e mamma Paulette. Dimostrandosi più a loro agio nel campo dell’educazione che in quello onomastico, seguono costantemente il piccolo George controllandone le amicizie e i contatti, tenendolo al sicuro dai pericoli che aleggiano nei sobborghi della città. C’è da dire che Paul dà loro una grossa mano: con la sua indole pacata incarna l’ideale del bambinone (i centimetri già allora non mancavano) che ogni madre desidera. I libri sono tra i pochi amici approvati dalla famiglia, è con loro che Paul trascorre i pomeriggi; solo dopo aver finito i compiti può sfidare Telosha nell’uno contro uno, affinando la tecnica e coltivando il sogno di emulare le gesta dell’idolo Bryant.

Kobe-Bryant-No-8-Los-Angeles-Lakers

Ci sono stati giorni in cui invece di uscire con gli amici, rimaneva a casa con le sue sorelle, giocando ed ascoltando la musica con loro” ricorda il padre. Il forte legame con la famiglia si fa sentire anche nel momento di scegliere il liceo da frequentare. Allontanarsi dagli affetti più cari non fa per il “casalingo” Paul, convinto di poter esprimere le sue doti anche a pochi passi da casa. Al diavolo la scarsa visibilità, vada per la Knight High School di Palmdale. La scelta del numero, neanche a dirlo, ricade sul 24 di bryantiana memoria, che lo accompagnerà per buona parte della carriera. La scelta di rimanere in patria si rivela azzeccata solo in parte: libero da pressioni e consapevole dei suoi sconfinati mezzi, il ragazzo dimostra di avere le stimmate del campione, tuttavia per sua sfortuna sono ben pochi a rendersene conto. La Knight High School non è certo una vetrina di primo piano e nonostante le medie dell’ultimo anno recitino 25 punti, 12 rimbalzi e 3 assist ad allacciata di scarpe i college più prestigiosi lo ignorano.

Qui possiamo regnare sicuri, e a mio parere regnare è una degna ambizione, anche se all’Inferno. Meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso!

E’ ancora una volta John Milton a tratteggiare il pensiero di un Paul George alle prese con una difficile scelta universitaria. Il discorso di Satana ai suoi seguaci caduti dal Paradiso sembra essere in linea con quello idealmente tenuto da George davanti ad una platea stracolma di detrattori, quelli che lo spingevano a farsi le ossa in altri lidi. Il richiamo della “Sweet Home” Palmdale è troppo forte e il futuro campione, accantonando ancora una volta ogni dubbio relativo alla notorietà, decide di affidare il suo futuro al vicino college di Fresno State. E’ lo stesso George a spiegare un altro fondamentale motivo alla base della scelta: “San Diego e Penn State erano sicuramente più prestigiosi di Fresno, ma non volevo assolutamente andare al college per giocare 10 minuti.“. I Bulldogs di coach Steve Cleveland non hanno una grande tradizione cestistica e nel 2008 la squadra è un vero e proprio deserto di talento; George, unico freshman del roster, non ci mette molto a scalare le gerarchie, ma nonostante il suo considerevole apporto la squadra chiude l’annata con 13 vittorie in 34 partite. Vincere non è nel DNA di Fresno, ma George non si arrende: l’anno successivo le sue medie realizzative migliorano sensibilmente e la squadra riesce a racimolare qualche vittoria in più. La canotta dei Bulldogs ormai va stretta al nostro Paul, che ha fatto la sua definitiva comparsa nei radar degli scout NBA: è tempo di dichiararsi eleggibile al Draft.

24 giugno 2010. Nonostante le ottime prestazioni nei due anni trascorse tra le fila dei Bulldogs, il nome di Paul George non sembra essere uno dei più suggestivi della Draft Class. David Stern si affaccia sul palco del Madison Square Garden, l’emozione è alle stelle. Il sogno dell’ambizioso Paul è essere scelto nella Top 10, ma i minuti passano e le mani strette dal Commissioner iniziano ad aumentare. Wall, Turner, Favors, Johnson, Cousins; le speranze di Paul sono ormai ridotte al lumicino. L’ottava scelta è nelle mani degli amati Clippers, sarebbe un sogno giocare allo Staples Center con la canotta venerata fin da piccolo… esatto, solo un sogno, infatti è Al-Farouq Aminu ad alzarsi dal tavolo. Anche gli Utah Jazz snobbano il povero Paul, preferendogli il pari ruolo Gordon Hayward. Il sogno dell’orgoglioso Paul George da Palmdale è a un passo dall’essere infranto: gli Indiana Pacers, detentori della decima scelta, hanno un disperato bisogno di un playmaker, non certo di uno come Paul.

Paul George

 

“Ha un sacco di qualità e davvero pochi difetti, può giocare da guardia o da ala, sa tirare, sa saltare e ovviamente sa difendere”.

 

Investitura importante, soprattutto se arriva da uno dei pilastri del basket americano. Il GM degli Indiana Pacers, un certo Larry Joe Bird, una volta fallito l’assalto al playmaker, decide di offrire una chance al prodotto di Fresno. Sono soltanto 4 i punti messi a referto in 23 minuti di gioco all’esordio nel basket dei grandi contro i San Antonio Spurs, ma il tempo per rifarsi di certo non manca. Solidità difensiva unita ad una fornitissima faretra offensiva: è questo il segreto di George, che fin dalle prime uscite ottiene la fiducia di staff tecnico e compagni, ripagandoli con prestazioni sempre più convincenti. 7,8 punti in poco più di 20 minuti di gioco sono il suo biglietto da visita ed è anche grazie al suo contributo che i Pacers del neocoach Frank Vogel riescono a staccare il pass per i Playoff dopo anni di latitanza. L’avventura nella postseason si rivela però molto breve: gli odiati rivali di Chicago, trascinati da un Derrick Rose in forma stellare marcato (a fatica) proprio da Paul George, liquidano la pratica Pacers in 5 partite.

Paul George

Dopo un anno di rodaggio nell’universo NBA George è pronto ad assumersi maggiori responsabilità. Il cavallo di battaglia del suo arsenale offensivo è senza dubbio il jumpshot, ma le sue spiccate doti atletiche gli consentono di attaccare il ferro con facilità. Per questo motivo viene selezionato per il Dunk Contest, dove stupisce tutti riuscendo a saltare i 218 centimetri del compagno Roy Hibbert. Per il momento deve accontentarsi della gara delle schiacciate, ma dall’anno successivo diventerà ospite fisso dell’All-Star Game (infortuni permettendo). Al termine di una stagione ridotta causa lockout i Pacers accedono ai Playoff con soltanto 24 sconfitte all’attivo: il tipico imbarazzo da “cenerentola” della postseason è ormai alle spalle e i ragazzi di Vogel superano facilmente gli Orlando Magic al Primo Turno, ma devono arrendersi allo strapotere della corazzata di Miami, che in rimonta guadagna l’accesso alle Finali di Conference; le due compagini negli anni successivi si troveranno sempre di fronte, complice anche la desolante penuria di talento che da qualche anno affligge la Eastern Conference. La seconda stagione di George si conclude dunque con un eliminazione in Semifinale. Nel giro di due anni ha conquistato il pubblico della Bankers Life Fieldhouse, i compagni si affidano sempre più alle sue giocate, è l’anima della squadra e dell’intera città di Indianapolis. “Da un grande potere derivano grandi responsabilità” diceva lo zio Ben, George lo sa bene e durante l’estate cerca di migliorare il suo gioco (in particolare il ball handling con la collaborazione di Jerry Powell) con gli ingredienti magici della sua personale ricetta del successo: lavoro ed umiltà.

Paul George

La stagione 2012-2013 è quella della definitiva consacrazione di George, che dimostra un aggressività mai vista prima su entrambi i lati del campo. Coach Vogel gli consegna le chiavi dell’attacco, che sotto la guida del direttore George si dimostra una delle orchestre meglio attrezzate del panorama NBA. Il leader della squadra, quel Danny Granger che nel 2010 suggerì a Bird di scegliere proprio Paul George, è costretto suo malgrado ad uno sgradito passaggio di consegne. Quel californiano casalingo sconosciuto ai più fino a due anni prima è ormai il faro di una delle migliori squadre di pallacanestro al mondo, niente male per un ragazzo poco più che ventenne! E’ tempo di fare sul serio, senza disdegnare qualche record, come quello per triple segnate in una partita, precedentemente detenuto dal leggendario Reggie Miller. Con 17,4 punti, 7,6 rimbalzi e 4,1 assist di media diventa il Most Improved Player dell’anno ed è pronto a dare la caccia al titolo NBA. La prima tripla doppia del nostro apre la serie con Atlanta, destinata a soccombere sotto i colpi di un Paul George in forma smagliante. Archiviata la pratica Knicks, in Finale di Conference ci sono ancora una volta i Miami Heat del trio James-Wade-Bosh ad attenderli. La serie si rivela una delle più combattute e avvincenti degli ultimi anni: i Pacers, animati dal sacro fuoco della vendetta, si affidano alla loro stella, che non delude le aspettative e trascina i suoi fino a Gara 7, nella quale James e soci riescono nuovamente a prevalere. Appuntamento con la gloria rimandato di un anno dunque, ma la prestazione complessiva della squadra e del suo generale lascia comunque ben sperare.

Paul George

E’ arrivato il momento di battere cassa, cara dirigenza Pacers. E’ questo il rovescio di una medaglia che sul lato nobile riporta le prestazioni stellari del prodotto di Fresno State. Bird non si lascia cogliere impreparato e con 90 milioni di dollari in 5 anni stronca sul nascere ogni possibile voce di mercato. Ormai l’investitura a franchise player è ufficiale, sta a George dimostrare di meritare la faraonica estensione. L’iniziale record di 9-0 e il premio di Giocatore del Mese di novembre, uniti a prestazioni da urlo della regular season 2013-2014 dimostrano che lo sforzo economico di Indiana è ampiamente giustificato. Nonostante il record finale reciti 56-26, la franchigia di Indianapolis fatica ad ingranare contro Atlanta e Washington, mentre i Miami Heat si sbarazzano con estrema facilità di Bobcats e Nets. Siamo alla terza resa dei conti in 3 anni, LeBron è sempre più vicino al three-peat ma Paul e compagni fanno di tutto pur di arrivare alle Finals. Dopo la prima vittoria ad Indianapolis, l’esperienza da una parte e la fatica dall’altra iniziano ad affiorare e i Pacers sono costretti ad alzare bandiera bianca in Gara 6. A coronamento di una straordinaria stagione, per George arriva la convocazione per i Mondiali, altro grande riconoscimento per l’astro nascente della pallacanestro a stelle e strisce.

Paul George vs LeBron James

Las Vegas, 1 agosto 2014, match amichevole tra i convocati del team USA. James Harden va verso un facile layup; nonostante la posta in gioco pressoché nulla, George ripiega in difesa e nel tentativo di impedire la realizzazione di Harden rovina a terra scontrandosi con la parte inferiore del montante del tabellone. Il tempo sembra fermarsi a Sin City, l’innaturale torsione del piede destro non lascia presagire niente di buono, tutti i presenti si rendono immediatamente conto della gravità dell’infortunio. Paul George perde in un solo colpo tibia, perone e sogni di gloria. La luce in fondo al tunnel della riabilitazione sembra lontanissima, nessuno sa dire se George tornerà mai quello di prima, è tempo di concentrarsi su un recupero completo. La stagione 2014-2015 dei Pacers appare irrimediabilmente compromessa.

5 minuti e 34 secondi ancora da giocare nel primo quarto, George Hill segna un tiro libero e coach Vogel effettua una storica sostituzione. Otto mesi dopo il terribile infortunio Paul George torna nella sua Bankers Life Fieldhouse proprio contro i Miami Heat, i rivali di sempre. Bisognerà attendere meno di due minuti per assistere al primo canestro: blocco di Hibbert su Chalmers e jumpshot, la specialità della casa. I 13 punti finali (“mi sono fatto male a una gamba, non alle braccia!“) sono senza dubbio un ottimo punto di partenza per il nuovo George; 13, proprio come il nuovo numero di maglia (PG-13 negli Stati Uniti è la sigla per i programmi televisivi vietati ai minori di 13 anni) sfoggiato per l’occasione: il vecchio “2much4you” viene accantonato, così come la prima parte della carriera.

George

Gli Indiana Pacers si presentano ai blocchi di partenza della stagione 2015-2016 con delle importanti novità: la dirigenza impone un cambio di tendenza, cercando di omologarsi al trend dello Small Ball egregiamente portato in auge dai Warriors. E’ in quest’ottica che si spiegano le partenze di Hibbert e West, che lasciano la squadra durante la free agency estiva. Il piano di Vogel è quello di schierare un quintetto piccolo, in grado di alzare il ritmo e di allargare il campo. Paul George, per le sue eccezionali doti che lo rendono uno dei migliori “two-way player” della Lega, si trova per la prima volta a doversi destreggiare da “ala grande“, non dimostrando però particolare entusiasmo per la novità. Schemi nuovi, ruolo inedito e condizione ancora da verificare (solo 6 le partite giocate nel 2015) sono le principali incognite della franchigia di Indianapolis. Paul spazza via i dubbi a modo suo: 27,9 punti, 8,2 rimbalzi e 4,3 assist a partita finora e addio perplessità degli addetti ai lavori. Se queste cifre non fossero sufficienti, il career high di 48 punti dello scorso 5 dicembre contro gli Utah Jazz dovrebbe far ricredere anche il detrattore più agguerrito.

I’ll be ok and be back better than ever!“.

L’eroe di Indianapolis ce l’ha fatta, è tornato e ha mantenuto la sua promessa. Per sua stessa ammissione, l’obiettivo è quello di diventare l’erede di Steph Curry nel prestigioso albo degli MVP; Paul ha tutte le carte in regola per riuscirci grazie alla sua profonda etica del lavoro e al suo sconfinato talento, ma guai ad abbassare la guardia: si sa, la concorrenza, anche in Paradiso, è spietata.

Clicca per commentare

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri in Primo Piano