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Editoriali NBA

Il Mago di Tor di Quinto

La carriera di Andrea Bargnani sembrerebbe giunta ad una svolta, proviamo a spiegarvelo col Mago di Oz.

mago

Quando nel 1900 L. Frank Baum prese posto al suo scrittoio con l’idea di partorire un romanzo per giovanissimi, non aveva idea, probabilmente, che ne sarebbe uscito “Il Mago di Oz” e tantomeno poteva immaginare che allo stesso sarebbero stati attribuiti significati allegorici, legati all’ideologia populista e bimetallica del periodo.
Ugualmente Victor Fleming, realizzando nel 1939 la trasposizione cinematografica dell’opera omnia di Baum, non pensava che il suo musical per bambini sarebbe assurto, ad anni di distanza, a baluardo dell’iconografia gay.

Eppure tutto questo è successo, perché spesso nella vita poco va come previsto ab origine.
Lo sa bene, persino meglio di Baum e Fleming, Andrea Bargnani, per il quale quasi nulla, fino ad ora, è andato come auspicato in partenza.
La piega che la carriera di Andrea ha preso entrando nel decimo anno di militanza in NBA ha assunto delle tinte inquietanti, ai limiti del grottesco; ma la cosa che arreca più disturbo, a mio parere, è la percezione che si è venuta a creare di lui.

Quello che quotidianamente emerge dalle parole di media, addetti ai lavori, tifosi (o presunti tali) è un senso di negatività e sfiducia assoluta nei confronti di Bargnani, ormai relegato al ruolo di zimbello universale del gioco del basket, dipinto alla stregua di quel ragazzo cicciottello che «non ha mai schiacciato» che tutti abbiamo avuto in classe almeno una volta.
Ecco, io, come penso anche il buon Andrea, mi sono un po’ stufato di questo tiro al bersaglio continuo; tiro a bersaglio a tratti, invero, parzialmente giustificato dai fatti, ma ormai andato oltre e sfociato nella discriminazione e nel cyber bullismo.

Su Andrea Bargnani se ne sentono veramente di tutti i colori: «vaga per il campo come se non sapesse cosa fare, con la bocca semiaperta e quell’espressione un po’ così», «è pigro», «non s’impegna abbastanza»; insomma manca solo il canonico «ha l’alito fetido» e avremmo l’esatto ritratto di Gasparri.
Gli interrogativi veri, però, sono due: 1) Perché e in quale modo si è arrivati a ciò?; 2) Esiste per Bargnani una possibilità di riscatto?

Trovare risposte, sicuramente, non è semplice; io ho voluto ugualmente provare a darle, cercando di offrire uno spiraglio di luce a chi, come me, crede ancora in Andrea Bargnani.

I motivi dell’odio canalizzato nei confronti del centro romano sono da ricercarsi, innanzitutto, nelle circostanze. Partendo dal campo, che è giudice supremo e offre dati empirici facilmente verificabili e analizzabili, un dato su tutti salta immediatamente all’occhio ed è quello degli infortuni.
Andrea Bargnani è un giocatore piuttosto sfortunato dal punto di vista della salute (s’è visto anche durante il recente Europeo disputato con gli Azzurri). La sua carriera ha prodotto un affastellamento di problemi fisici da fare concorrenza all’ospedale da campo di M.A.S.H.
Le ultime quattro stagioni, in particolare, hanno rappresentato un vero e proprio calvario per Andrea, i cui continui problemi a un polpaccio ne hanno sensibilmente limitato il minutaggio e la presenza sul parquet (solo 137 partite sulle 328 disponibili disputate dal 2011 ad oggi).
Gli infortuni, tuttavia, fanno parte del gioco e della vita di uno sportivo e non sono ascrivibili a chicchessia o colpevolizzabili oltre una certa soglia, né tantomeno possono costituire il fondamento della valutazione negativa di Bargnani.

Devono esserci altre ragioni alla base, forse rinvenibili in un discorso di natura tecnica.
Andrea Bargnani è certamente, in tal senso, un giocatore con dei limiti e delle lacune evidenti, inutile nasconderlo.
Pur essendo, a mio parere, un onesto difensore sulla palla e sull’uomo, a volte palesa dei deficit nelle letture complessive e nel tempismo sugli aiuti.
Altra nota dolente, e spesso posta a giustificazione della crocifissione mediatica di Bargnani, è l’annosa questione dei rimbalzi: 4.8 di media in carriera, per un giocatore di 212 cm, sono oggettivamente pochi.
Un aspetto invece sottovalutato da molti, ma molto importante in realtà, è la scarsa attitudine al passaggio. Non perché Bargnani sia un cattivo passatore, tutt’altro, tecnicamente ha le mani per esserlo, semplicemente spesso preferisce guardare il canestro piuttosto che il compagno.

D’altro canto, però, va anche detto che un giocatore mediocre (o presunto tale) non segna 41 punti al Madison Square Garden, non mette la palla per terra con quella facilità, non ha il primo palleggio di Andrea Bargnani; ma soprattutto non ha quella sensibilità tattile, tale da permettergli di segnare canestri di questo tipo.

In generale, oltretutto, i mediocri e gli scarsi non attirano un numero così alto di critiche, specialmente nell’NBA, dove non si ha tempo per prenderli in considerazione.
Segnale, questo, che il corredo tecnico di Andrea, al di là delle manchevolezze, è di alto livello. Non verrebbero altrimenti sprecate così tante energie per metterlo in imbarazzo, se si pensasse che il suo talento fosse appena sufficiente per svernare in NBA una decina d’anni.

Eppure i toni delle critiche, al netto di tutto ciò, rimangono comunque troppo aspri e non possono essere legati esclusivamente alla presunzione di essere davanti ad uno spreco di talento.
Le ragioni devono essere, a mio parere, più profonde, e risiedono, come sempre in casi come questi, nella mancata comprensione del Bargnani uomo e giocatore.
L’odio nasce da ciò che non si capisce, da ciò che è diverso e non rientra in schemi abituali. E Andrea Bargnani, appunto, è diverso.

Albeggiare nell’NBA a soli 20 anni e da prima scelta assoluta di sicuro non è roba da tutti e per tutti.
Il che, da un lato, denota il possesso di requisiti e qualità non comuni e non facilmente ripetibili e ricercabili in altri; dall’altro, tuttavia, trasforma il malcapitato nell’oggetto di una serie di aspettative tipicamente occidentali e, in quanto tali, legate a una “logica” di produttività propria delle grandi economie di mercato. Logica imperniata sui concetti d’investimento e guadagno, che, in realtà, di logico ha ben poco, perché appunto tende a standardizzare, azzerando le diversità proprie dell’agire e dell’essere umano.
E Andrea Bargnani è finito esattamente in questa centrifuga, che non gli ha consentito di effettuare un percorso di crescita adatto alle sue caratteristiche. È lui stesso ad ammetterlo nell’intervista rilasciata a Flavio Tranquillo per “I Signori del Basket”:

«Io ancora sto cercando di capirlo, sono sicuramente un gran lavoratore, senza dubbio. Mi sforzo da sempre per migliorare e cercare di andare avanti, nonostante gli infortuni, gli stop e le mille avversità.  Vincere lo sento dentro come un bisogno. Quando sono arrivato in NBA pensavo molto di più a me, come individuo,  a segnare 20 punti e a pensare al mio, come ti insegnano in NBA. Questo pensiero è svanito lentamente, cerco sempre di continuare a migliorarmi. Però, giocare bene e perdere la partita mi lascia un senso di tristezza che nei primi anni non c’era.»

Il Basket americano è il più bello del mondo, ma non dà tempo. Sei una prima scelta, devi segnare 20 punti a partita, devi dominare, sei il Mago, perdio!
E, se non si è suffragati da un’adeguata dose di “faccia di tolla” (come si dice a Milano), è un modus vivendi che rischia di fagocitarti e gettarti in un loop difficile da spezzare. Anche riguardo a questo argomento Bargnani non si nasconde:

«Assolutamente! Sono sicuramente una persona molto introversa che tra virgolette fa fatica ad arrivare agli altri, pochissime persone mi conoscono, per colpa mia, per come è il mio carattere. Sono fatto in questa maniera quindi è molto difficile per me aprirmi a  persone esterne alla mia strettissima cerchia. Questo l’ho capito sempre  più ultimamente rendendomi conto di aver commesso moltissimi errori dal punto di vista della comunicazione, avrei potuto fare uno sforzo in più.»

In queste parole c’è la soluzione di tutta la questione. Siamo di fronte a un’ammissione, una presa di coscienza caratterizzata da una sincera voglia di redenzione e dall’intenzione di far capire, finalmente, chi si è agli altri.
Perché l’errore, sostanzialmente, non è stato criticare Bargnani, ma è stato non capirlo, da un lato, e non farsi capire, dall’altro.

La svolta potrebbe essere avvenuta proprio a Eurobasket, dove finalmente Andrea è tornato a sentirsi un giocatore importante e al centro di un progetto tecnico. I risultati si sono visti in campo, dove ha sciorinato grandi prestazioni (specialmente con Spagna e Germania); ma anche fuori da esso.
Significative, in tal senso, e segno di una voglia matta di invertire la rotta, sono alcune dichiarazioni e scelte effettuate, come quella di firmare per Brooklyn al minimo salariale. Una decisione che palesa grande personalità e resilienza.
Quanto sarebbe stato più facile tornarsene in Europa, guadagnare un bel pacco di soldi in un’oasi felice e sicura, con la certezza di poter anche dominare?
Andrea ha optato per la strada più difficile, ha scelto di mettersi in gioco; e questo gli fa onore.
A Brooklyn forse potrà trovare un contesto tecnico più adatto alle sue caratteristiche. Giocare al fianco di Brook Lopez potrebbe far emergere le sue qualità e sgravarlo da compiti di protezione del ferro. Oltretutto gli si offre la possibilità di lavorare con un coach come Lionel Hollins, che ha rimesso sulla mappa NBA il talento di Andray Blatche, giocatore sul quale s’era persa ogni speranza.

Andrea Bargnani è un giocatore che ha vissuto e vive tuttora di paradossi: è un esterno intrappolato nel corpo di un centro, un ragazzo comune costretto a vivere da superuomo, una persona normale chiusa in un mondo in cui troppo spesso la normalità viene confusa con la banalità.
Alla Stella Azzurra Roma, a Tor di Quinto, circa 15 anni fa gli hanno messo il soprannome Mago e da lì se l’è portato in giro per il mondo: Treviso, Toronto, New York; senza però, forse, mai volerlo davvero.
Proprio come il Mago del romanzo di L. Frank Baum, che (udite, udite) non era un mago, ma un uomo comune, come tutti gli altri, finito nel meraviglioso mondo di Oz per un errore di rotta mentre era in viaggio con la sua mongolfiera.
Non faceva magie, eppure era stato messo a capo della Città di Smeraldo e aveva aiutato Dorothy e i suoi amici a trovare se stessi, semplicemente aprendo loro gli occhi.
Ora molti tenderebbero a vedere costui come un impostore; io invece ci vedo un uomo e da sempre sono gli uomini a fare la storia, a compiere imprese.

E Andrea Bargnani è il Mago di Tor di Quinto, un ragazzo comune arrivato nella sua personale Oz con un 747, anziché con una mongolfiera, ma con tutte le carte in regola per rimanerci.
Magari non diventerà il capo della Città di Smeraldo (quello c’è già), ma è ancora troppo presto per tornarsene a casa.

Immagine copertina a cura di: THE CEZA

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