L’utopia di Sam Hinkie

L’utopia di Sam Hinkie

Proviamo a vedere quale possa essere il progetto dietro il criptico operato del GM dei Sixers Sam Hinkie

Uno degli elementi da sempre più interessanti del sistema professionistico americano è la sostanziale parità di condizioni vigente tra tutte le partecipanti a un campionato. In pieno american style, tenendo fede alla nomea di terra delle opportunità, anche il sistema sportivo è pensato per avere un continuo ricambio ai propri vertici, “aiutando” le franchigie in un determinato periodo meno competitive, in particolare con il Draft. Certo, anche qua esistono le formazioni più titolate e prestigiose, ma l’idea di base è che a nessuno sia preclusa la possibilità reale di alzare il Larry O’Brien, all’interno di un ciclo che prevede, con una certa semplificazione e un minimo di capacità manageriale, un periodo di rebuilding basato generalmente su giovani di belle speranze, un apice in cui una franchigia torna ad essere più o meno competitiva (in un range che va dalla zona playoff al novero di contender), la fine del ciclo e il ritorno nella zona Lottery, in attesa di qualche buona pescata che permetta di ripartire da capo.

Eppure negli ultimi due anni si sta verificando qualcosa di diverso, una variabile impazzita in un sistema dalle infinite possibilità, ma che raramente si era scostato in maniera netta da questa sorta di schema. Vi è una franchigia che da due anni a questa parte sembra quasi giocare a perdere, con un operato criptico che sembra mirare al paradossale obiettivo di rendere la squadra il meno competitiva possibile, tra cessioni illustri talvolta quasi gratuite, giocatori da D-League, e in generale scelte quantomeno discutibili, senza che siano state poste le benché minime fondamenta per una risalita. Quasi superfluo specificare che questa franchigia siano i Philadelphia 76ers, guidati in questo periodo tanto controverso da un personaggio a sua volta inusuale come il presidente e general manager Sam Hinkie.

Ciò che rende il caso Sixers tanto particolare non è il biennio nei bassifondi della Eastern: spesso ci vogliono anni prima di tornare competitivi, soprattutto in caso di dirigenti non particolarmente lungimiranti o “piazze” cronicamente caotiche. E’ proprio il contrario: è l’impressione di trovarsi di fronte a una decisione programmata, a un lucido progetto di “indebolimento” della squadra. A corroborare quest’impressione concorrono i movimenti di mercato, troppo chiaramente penalizzanti nell’immediato (si pensi allo smantellamento del gruppo precedente quasi per nulla, o alla rinuncia di parecchi giocatori che stavano facendo bene senza quasi alcuna contropartita tecnica, a cominciare dal ROY uscente Michael Carter-Williams) per essere frutto di un errore di valutazione. Così come l’assoluta fiducia riposta in Hinkie dal proprietario Josh Harris, il quale, dopo aver cambiato due GM in altrettante stagioni dal momento del suo insediamento nella franchigia, continua a tenere con sé l’attuale numero uno per quella che è ormai la terza stagione nella Città dell’Amore Fraterno, nonostante i risultati eufemisticamente poco felici. Insomma, in buona sostanza pare chiaro che l’attuale situazione a Philadelphia NON sia frutto del caso, né tantomeno d’incompetenza.

Per comprendere il caso Phila occorre dunque in primo luogo capire chi sia l’artefice di tutto questo. Perché Sam Hinkie è tutt’altro che uno sprovveduto o un inetto: 38 anni a dicembre, nato in Olanda ma cresciuto tra il South Carolina e l’Oklahoma, l’attuale presidentissimo dei Sixers è quello che si potrebbe definire una mente geniale. Laureato summa cum laude all’Università dell’Oklahoma e nominato tra i 60 migliori neo-laureati della Nazione da USA Today, fin dai tempi del college Hinkie si è interessato fortemente al calcolo statistico, rinunciando anche a importanti posti di lavoro per seguire un Master alla Stanford University, dove ha potuto applicare per la prima volta l’analisi statistica allo sport, a cominciare dal football: San Francisco 49ers e Houston Texans le prime franchigie interessate ai suoi servigi, ma anche una prima collaborazione part-time con i Rockets, coi quali troverà impiego dopo il conseguimento del master nel 2005. Da lì in poi la sua carriera nel mondo del basket professionistico è folgorante: nel 2007 è già vice presidente (il più giovane della Lega), diventando ben presto il braccio destro del GM Daryl Morey. Risale al maggio 2013 la grande occasione a Philadelphia, in cui non arriva esattamente in punta di piedi, vista l’immediata cessione del proprio All Star 22enne, Jrue Holiday, per una prima scelta: sarà il leitmotiv della sua intera gestione.

Che ESPN abbia nominato in questo 2015 i Sixers come la franchigia dal più massiccio utilizzo delle analisi avanzate nell’intero panorama sportivo professionistico statunitense non pare dunque un caso con questo dirigente alla guida. Perché il caso, nella vita di Sam Hinkie, non ha mai avuto spazio, né deve averne, nemmeno in un ambito professionale totalmente imprevedibile come lo sport. E presumibilmente è proprio questo il suo obiettivo ultimo: ridurre il più possibile la casualità, le variabili impazzite, le possibilità non previste e fallimentari.

Si diceva che il sistema professionistico americano dà a tutte le partecipanti la possibilità ciclica di contendere potenzialmente per il titolo: teoricamente vero, ma quante franchigie passano interi decenni senza mettere le mani su un trofeo, anche solo divisionale? Quante, pur avendo avuto buone squadre nel corso della propria storia, hanno la bacheca ancora tristemente vuota di Larry O’Brien? A Hinkie e ai Sixers non interessa mettere in piedi una squadra competitiva, che raggiunga un posto fisso ai playoff a Est ma poi venga spazzata via al primo incrocio con Lebron James: il progetto, paradossalmente considerati i risultati attuali, è molto più ambizioso, e prevede che un giorno sia Lebron o chi per lui a temere i Sixers ai playoff. Hinkie non se ne fa nulla di una squadra da playoff, da secondo turno com’era Phila prima del suo arrivo: o il Larry O’Brien o si resta nei bassifondi, limitando al massimo la possibilità di mettere in piedi una squadra che possa fallire il bersaglio grosso. Ecco perché viene ceduto Carter-Williams pochi mesi dopo aver vinto il Rookie of the Year: con la crescita dei vari MCW, Noel, Wroten e McDaniels (anch’esso infatti ceduto), Phila avrebbe potuto migliorare, vincere più di 20 partite, magari 30-35 o agguantare i playoff. E questo, in un simile progetto, per il GM non deve accadere.

Ma perché? Perché i poveri cristi che vanno al Wells Fargo Center devono ancora essere costretti a vedere una compagine sempre più debole, che cede quasi ogni elemento che possa portare miglioramenti sensibili? Il motivo stavolta è ovvio: perché quei miglioramenti in termini di vittorie equivarrebbero a meno palline da ping pong in sede di Lottery. Perché la pietra miliare su cui costruire una squadra da titolo è un franchise player riconosciuto, e il modo più semplice per assicurarselo è il Draft: e se il tuo obiettivo nel medio-lungo periodo è vincere quel benedetto titolo la tua superstar deve essere di primissimo livello, non può essere, con tutto il rispetto parlando, un Michael Carter-Williams. MCW (diciamo lui perché è l’esempio più evidente) diventa quindi un problema all’interno di questa logica, perché migliora la squadra ma non la rende una contender; quindi va ceduto, e meglio se per quasi nulla, così che le famose palline da ping pong tornino a crescere di numero e arrivi potenzialmente un giocatore franchigia di livello assoluto: se ad esempio Hinkie avesse messo le mani su Andrew Wiggins un anno fa è auspicabile che la vera ricostruzione di Philly sarebbe già cominciata, con il canadese a fare da colonna portante.

Vedremo se sarà Jahlil Okafor a corrispondere a questo identikit, come si diceva di lui ai tempi del liceo. Nel frattempo, Hinkie comunque non sta ovviamente con le mani in mano: le scelte, anche quelle del secondo giro, tutte le scelte che il dirigente accumula in modo quasi compulsivo, sono funzionali a trovare nuove leve utili per il supporting cast (parecchi solidissimi giocatori NBA, e anche alcune star, sono stati scelti proprio al secondo giro), senza quasi correre il rischio (perché di rischio si può parlare, nella Città dell’Amore Fraterno) che la squadra migliori tanto da perdere posti in Lottery. Sono più pericolose in tal senso le prime scelte, che portano tendenzialmente giocatori più talentuosi o in grado di incidere; ecco dunque che in questa logica diventano appetibili giocatori non in grado di avere un impatto immediato, come Noel, Embiid e Saric, tre prime scelte su 5 totali fatte da Hinkie che non avrebbero messo in campo per almeno una stagione: potenzialmente ottimi giocatori, ma che avrebbero avuto ruolo attivo e tangibile più avanti, quando Phila (forse) avrà il famoso giocatore franchigia su cui costruire.

Che il progetto sia di vincere nel medio-lungo periodo lo dimostra il fatto che comunque alcune minime basi per ripartire non appena le condizioni siano favorevoli siano state poste: alcuni giocatori acerbi e al momento non determinanti ma di buon avvenire (Noel su tutti) e soprattutto il coach, che non a caso Hinkie si è assicurato fin dall’inizio. Brett Brown è infatti l’allenatore perfetto per questo progetto, perché è di scuola Spurs, che nella Lega è una garanzia, perché ha lavorato a lungo proprio a San Antonio come assistente specializzato nello sviluppo dei giovani giocatori, e perché già adesso sta dando una buona identità difensiva a questi Sixers (in una sola stagione Phila è passata dal 27° posto del 2014 al 13° di quest’anno in quanto a Efficienza Difensiva), elemento fondamentale per vincere.

Insomma, il teorema di Hinkie pare molto semplice: creare le condizioni di supporting cast, staff tecnico, idea di gioco e spazio salariale per partire velocemente una volta trovata la quadratura del cerchio e il giocatore su cui puntare, al quale così verrebbe affiancata in breve tempo una squadra giovane e competitiva, attingendo anche alla free agency. Nel frattempo, continuo rebuilding per rimanere nelle migliori posizioni in Lottery, accumulo di scelte per avere più possibilità di trovare buoni elementi, e squadra il meno possibile competitiva per mantenere alte le probabilità di assicurarsi il nuovo dominatore della Lega, senza guardare ai risultati. Una volta entrati in questa logica, ogni movimento di Hinkie assume un senso compiuto; parafrasando Hannah Arendt, accettata la premessa iniziale (non ha senso costruire una squadra che non sia da titolo e non assicuri le più alte probabilità di vincere), poi tutto il resto viene di conseguenza.

Ispirazione a Hinkie per questa sorta di forma estrema di tanking l’ha data la costruzione dei Rockets, dove, non casualmente, era il secondo di Daryl Morey. I due infatti avevano creato una buona squadra che mantenesse però flessibilità salariale (ricordate i contratti particolarissimi di Lin e Asik che aumentavano vertiginosamente nell’ultimo anno?), portando a casa buoni elementi a cui mancava però un uomo franchigia. Ma Morey, più o meno consapevolmente, auspicava da tempo che il rinnovo di James Harden con OKC, già oberata dei contrattoni di Durant, Westbrook e Ibaka, sarebbe stato complicato, e si è inserito come un falco, assicurandosi il perfetto go-to-guy per la squadra che stava costruendo e per l’idea di gioco che voleva attuare il coach Kevin McHale; l’arrivo di un’altra superstar come Howard a quel punto, con una squadra molto più competitiva e in rampa di lancio, diventa molto più semplice.

Il progetto di Morey quindi nasce a sua volta da lontano, impostando prima coach e conseguente idea di gioco e mirando poi a un franchise player ad esso funzionale, che nel suo caso non sarebbe dovuto arrivare dal Draft ma dal mercato. Hinkie parte da questa filosofia cui ha attivamente preso parte, ma, puntando invece prevalentemente sul Draft, la rende molto più radicale, estremizzandola al massimo: è veramente scienza lucidamente applicata al basket e alla dirigenza sportiva, calcolo di variabili che devono rimanere il più possibile sotto controllo, una squadra-Frankenstein all’interno di un mondo che è sì fortemente analizzato e misurato, ma molto spesso rimane determinato dal talento, dalla singola giocata, nonché dall’eventualità e dall’episodio. Quello di Hinkie è dunque in tutto e per tutto un progetto utopico: riuscire a riprodurre in laboratorio quanto di più istintivo e imprevedibile esista, il basket, prevedendone le variabili grazie a leggi matematiche applicate perfettamente alla squadra ideale che ha in mente (ricordate chi era ai vertici per utilizzo di analisi avanzate?). Più che la società utopica dell’isola omonima immaginata da Tommaso Moro, quella di Hinkie è una sorta di Città del Sole di Campanella, dove tutto viene retto da scienziati in grado di determinare il corso degli eventi.

Ovviamente tutto ciò non è possibile, resta appunto un’utopia, un non-luogo stando all’etimologia del termine: ma è chiaro come il tentativo di ridurre al minimo la casualità e il non prendere nemmeno in considerazione la possibilità di un tentativo più avventato di ricostruzione sia insita nel suo operato. Per l’ex delfino di Morey non ci sono mezze misure, o sarà bianco e sarà titolo, o sarà nero e il progetto fallirà, ma mai grigio: a costo di continuare a distruggere consapevolmente quel poco che si è creato per provare a mettere basi migliori, nella totale indifferenza di gioco e risultati nel breve periodo.

E’ chiaro come una filosofia di questo tipo applicata all’ambito sportivo non possa ottenere enormi consensi tra gli appassionati. Se si entra nel merito dell’etica sportiva, il restare consapevolmente agli ultimi posti della Lega in attesa dell’occasione buona per risalire senza nemmeno provare ad essere un minimo competitivi non può che risultare deprecabile. Eppure, una parte di noi non può non rimanere sinistramente affascinata da un progetto tanto controverso e allo stesso tempo ambizioso, qualcosa che mai era stato tentato in passato in termini tanto drastici. Comunque vada a finire il progetto Philadelphia, Hinkie rimarrà un visionario, forse un genio, o forse un pazzo: perché è risaputo che il confine tra genio e follia sia sottilissimo, e poche volte i due campi sono parsi tanto vicini (se non addirittura coincidenti) come nel caso di Sam Hinkie e del suo utopico progetto.

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