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Players Tribune

Heart – Ronny Turiaf

Sono sempre stato consapevole che la mia aorta fosse più grande del normale. Ero già alto quasi 2 metri dall’età di 13 anni. Per le persone che si ritrovano ad essere così alte a quella età tutto è più grosso. I miei piedi. Le mie mani. E la mia aorta. Per tanto tempo tutto era a posto, normale.

Ma poi non lo fu più, e si scatenò l’inferno.

Tra  il pre-draft camp a Chicago del 2005 fino a quando i Lakers mi draftarono poco più tardi, la mia aorte crebbe. Tutti erano sorpresi. All’improvviso le mie condizioni erano collegabili al temuto “pericolo di vita”. Se non lo avessero scoperto ci sarebbero state grandi possibilità che qualcosa di brutto sarebbe successo negli anni successivi. Sarei potuto cadere, e da quella (la morte) non si torna indietro. Affatto.

Non dimenticherò mai di essere in quella stanza con il dottore dei Lakers, John Moe, che mi disse in modo diretto, “Ascolta. Hai due scelte: A) smetti di giocare a basket. Prendi anticoagulanti per il resto della tua vita. Non puoi fare attività fisica. Oppure B) Operazione chirurgica. E c’è una possibilità che tu possa tornare a giocare.”

“Ok, quanto prima si può procedere con l’operazione?”

Non sapevo nulla delle operazioni a cuore aperto quando dissi che non me ne fregava niente di affrontarla. Ho lasciato casa a 15 anni per frequentare un corso, in Francia, che mi avrebbe permesso di inseguire la mia carriera nella pallacanestro. Non lo capisci fino a quando non ci sei dentro, sia emozionalmente che psicologicamente, lasciare la tua casa in età così giovane per essere un giocatore professionista è dannoso. Vieni tagliato fuori dalla tua infanzia. Dalla tua famiglia. Dalle esperienze che un ragazzo deve fare per evolvere in un uomo.

Ho scelto di andarmene per mantenere le persone che amo, ed è bellissimo essere stato in grado di farlo. Tutti i sacrifici che ho fatto mi hanno dato la forza per dire, “Non mi interessa quello che devo fare. Tornerò in campo.” Non era solo per me stesso. Era per la famiglia. Per l’isola di Martinica e per tutti i bambini che non hanno mai avuto una possibilità di realizzare i propri sogni.

Questo viaggio è stato molto più grande di Ronny Turiaf. Non avevo altra scelta.

Credits to: playhardgivemore.com

Mia mamma si preoccupa di tutto, come tutte le mamme. Quindi la chiamai e le dissi, “Yo, mamma. Mi opererò al cuore.” Bam. Fatto. Parliamo di qualcosa d’altro. Io so cosa sta pensando e lei sa cosa penso io. Quando ero piccolo mi chiedeva sempre di parlare dei miei sentimenti, delle mie sensazioni, e tutto ciò ha creato un piccolo mostro dentro di me, che non ama parlare, appunto, di ciò che sento dentro. Ora lei ha capito questo e lo rispetta.

Cercavo di essere forte per la mia famiglia, che non è semplice. Chiamai mio padre e mi confidai con lui parlandogli di ciò che provavo in quei momenti, gli chiesi dei consigli. Lui mi disse che avrebbe “preferito un figlio vivo che un campione morto.” Voleva che sapessi quanto fossi importante per lui e per la famiglia, e che avrei dovuto valutare i pro ed i contro dell’operazione. La vita è molto più importante della pallacanestro. In quel periodo non c’erano stati “precedenti” di giocatori andati “sotto i ferri” per poi tornare a giocare.

La conversazione con mio padre mi aiutò a sentirmi in pace. Craig Miller, il mio dottore, era fiducioso sul fatto che, con l’operazione all’aorta, sarei potuto tornare a perseguire la mia carriera da giocatore professionista. Mi sentivo bene ad aver scelto di operarmi. Alla conferenza stampa a Los Angeles per annunciare la mia scelta capii davvero la situazione nella quale ero. Sono entrato in sala ed era pieno di telecamere e luci, “Dove sono finito? Questo è un grosso problema!”. Ammisi ad ognuno che avevo paura di morire, ma precisai che avrebbero dovuto uccidermi per impedirmi di tornare a giocare a pallacanestro.

Non sapevo, fino ad un paio di mesi più tardi, che in realtà ho avuto bisogno di due operazioni.

Il mio cuore smise di battere durante la prima operazione a causa di un coagulo di sangue. Dopo 6 ore di operazione si sono fermati per poi dovermi operare nuovamente. Non so per quanto tempo smise di battere, non l’ho mai chiesto.  Mia madre me l’ha nascosto per un po’, proprio come io avevo cercato di proteggerla dalla gravità della mia operazione. Mi preoccupai parecchio della cosa all’epoca, ma durante tutta la mia vita lei aveva cercato di proteggermi da tutto. E non era l’unica. La mia fidanzata dell’epoca, il mio compagno di stanza al college Brian Michaelson, il mio assistant coach a Gonzaga, Tommy Lloyd, tutti sapevano quel piccolo segreto.

Fui l’ultimo a saperlo.

Ma non importa, perchè ero grato. Prendete Fred Adjiwanou, che ha giocato al St.Mary e per me è come un fratello più grande che non ho mai avuto. Non ricordo di avergli mai detto che dovevo affrontare un’operazione, ma ricordo che la sua fu la prima voce che sentii quando aprii i miei occhi e non riuscii a vedere niente davanti a me. “Bro! Come stai?” ed io risposi, “Chi è questo…. Fred?? Sei tu?” Lui prese l’iniziativa di sostenere mia madre mentre mi riprendevo. Quello fu il primo momento in cui capii che ci sono persone che tengono a me in un livello che va oltre alla sola pallacanestro.
Poi, dopo l’operazione, mentre ero ricoverato a Spokane, ebbi la fortuna di consumare un pasto allo stesso tavolo con mia mamma, mio padre e la mia sorellina per la prima volta nella vita. I miei genitori si separarono quando avevo cinque anni, quindi questo è il mio primo ricordo di un pasto condiviso tutti assieme, gamberetti e riso. E’ stata una esperienza di famiglia che non avevo mai provato, è molto potente poter dire che da una potenziale tragedia sono stato in grado di potermi godere qualcosa di prezioso come la famiglia, e per questo sono grato.

“Gratitudine” è anche la parola giusta che riservo ai Lakers. Quando fallii le visite mediche loro non avevano alcun obbligo di pagarmi l’operazione. Zero. Non avevo mai incontrato il dottor Buss. Ma loro decisero di farlo, e furono aggiunti alla lista di persone che dovetti ringraziare per avermi permesso di tornare sul campo da gioco.

Non penso che molte persone sappiano questo, ma dopo ogni partita casalinga che ho giocato con i Lakers volevo vedere il Dr.Buss nella sala del presidente. Solo per essere sicuro di poterlo conoscere meglio. Avevamo entrambi quel tipo di linguaggio silenzioso, fatto non di parole. Lui sapeva il perchè andavo a trovarlo ogni volta che potevo, e mi guardava come per dirmi “Ti ho capito, figliolo. Tu sei parte della famiglia.”

Dissi a Mitch Kupchak di portare una maglietta dei Lakers all’ospedale. Lui venne a trovarmi e io ero pieno di tubi che entravano nel mio collo, dappertutto. Ma gli dissi, “onorerò quella maglia numero 21. Te lo garantisco.” Non mi credette. So che non lo fece. Doveva pensare una cosa del tipo “non ci sono chance che quel ragazzo torni a giocare”.

Forse sapeva a cosa sarei andato in contro, perchè se l’operazione fu dura, la riabilitazione fu un inferno! Ma il tatuaggio che ho sulla schiena che recita “mai perdere la fede” simbolizza la storia della mia vita. Iniziai la riabilitazione camminando per tutto il piano per poi dovermi sedere per cinque o 10 minuti. Si diventa pazzi. I dottori ti dicono di non camminare su superfici che non siano piane. Ma io volevo provare di essere speciale, quindi decisi di camminare per questa piccola collina, e fu un disastro perchè nei tre giorni successivi ebbi giramenti di testa ed emicranie. E’ quasi come tornare bambini ancora. “Oh, posso muovere le braccia! Oh, posso allacciarmi le scarpe.” Quando cadi così in basso, ogni piccola conquista sembra un home run. Ti fa capire che, da esseri umani, diamo molte cose per scontate.

Los Angeles Lakers’ Ronny Turiaf, left,and coach Phil Jackson smile as the watch team practice in El Segundo, Calif., Monday May 19, 2008. The Lakers will watch Game 7 between the San Antonio Spurs and New Orleans Hornets on Monday night to see who’ll they face in the Western Conference finals, which begin Wednesday, May 21 in Los Angeles. (AP Photo/Kevork Djansezian)

Poche settimane dopo il mio intervento incontrai Fred Hoiberg, che (anche lui) era stato operato per un’aorta allargata. Lui la affrontò con 3 settimane di anticipo rispetto a me e, quindi, fu in grado di mettermi a conoscenza di ogni singolo problema che avrei potuto incontrare. Mi diede supporto morale e mi disse che ogni cosa sarebbe andata a posto. Ha significato molto per me, perchè quando sei in fase riabilitativa da una operazione al cuore, le piccole paure ti sovrastano per tutto il tempo. C’è molto da sapere e molto per cui preoccuparsi, quindi ogni conversazione con Fred per me era preziosa come quella precedente. Questa è la motivazione per cui, quando approdai ai Timberwolves nel 2013, scelsi il numero di Fred. Volevo sempre indossare il n°21 quando era possibile, ma non volevo toccare il numero di Kevin Garnett, sarebbe stato irrispettoso. Quindi Clayton Wilson, il direttore dell’attrezzatura di Minneapolis, mi parlo del numero 32 in onore di Fred Hoiberg, e per me quella fu una grande idea. Fu un meraviglioso rito di passaggio ed un modo per onorare un giocatore che ha avuto un grande impatto sia per la squadra che per la comunità di Minnesota.

Il traguardo dei 3 mesi dopo l’inizio della riabilitazione fu grande perchè potei iniziare ad alzare i pesi da palestra. Quattro mesi dopo l’operazione ero sul parquet di gioco. Non per molto tempo, ma almeno ero ancora in campo! Poi, mentre mi stavo allenando con Gonzaga, presi una legnata da J.P. Batista. Bastardo! Ma alla fine stavo bene. Un’altra volta, tornato col gruppo dei Lakers, ero solito a indossare questa protezione di plastica sul torace. Kwame Brown, che era veramente forte fisicamente, mi colpii e lo ruppe. Tutti andarono fuori di testa, preoccupati. Io li guardai dicendogli, “sto bene”.

Quel giorno fu grande, mentalmente parlando. Pensai che se posso gestire un colpo sul mio sterno da un grosso dinosauro vuol dire che sto bene, sono pronto.

Ma avevo ancora bisogno di giocare una partita vera. Ogni volta che provavo ad entrare, Phil Jackson mi urlava “Ronny, fuori dal mio campo!”. Me lo diceva non solo perchè ero un rookie e i rookie, secondo le sue parole, “non contano un cavolo”. Phil mi aveva inserito (mentalmente) in una sorta di boccia di vetro immaginaria, perchè era preoccupato per me.

Finalmente, però, ebbi una chance.

8 febbario 2006, a Houston contro i Rockets. C’era un minuto di tempo rimasto prima della sirena finale. Phil Jackson mi guarda e dice, “Ronny, vuoi giocare?” ed io, “Diavolo, sì!”

Ogni cosa andava molto più velocemente che in allenamento, ma non mi interessava perchè finalmente stavo giocando in NBA! La prima persona che mi parlò in campo fu Lamar Odom. “Hey, hai finalmente infranto quel muro! Yeaaaaaaaaahh!” Tutti mi saltarono addosso. Conserverò quel giorno per il resto della mia vita.

La cicatrice di Ronny Turiaf.

Eppure, mentre col campo da gioco avevo preso confidenza, ci è voluto un po’ di tempo prima che riuscissi a mostrare la cicatrice proveniente dall’operazione. Pensateci per due secondi: sono stato aperto come una aragosta. Mi sono stati inseriti dei tubi all’interno del corpo, la cicatrice risaltava molto sulla mia pelle, e i miei pettorali erano un po’ sbilenchi. Ora come ora, invece, sono molto più a mio agio. Recentemente sono stato fotografato con la mia cicatrice in bella vista. Se vado in spiaggia o in piscina “indosso” la mia cicatrice con orgoglio. Mi rende figo, sapete cosa intendo no? Come fossi un gladiatore. Un leone che ha combattuto per la sua tribù ed è ancora in piedi dopo la lotta.

Mi sembra ancora che l’operazione sia stata ieri. Sono stato fortunato a giocare con i migliori giocatori della nostra generazione. Kobe Bryant, LeBron James e Carmelo Anthony. Dwyane Wade. Chris Bosh. Chauncey Bullups. Pau Gasol. Ed i coach, da Phil a Don Nelson fino a Rick Adelman e ad uno dei migliori coach offensivi come Mike D’Antoni. Erik Spoelstra, che scoprì come far giocare assieme James, Wade e Chris Bosh.

Quando penso agli ultimi 10 anni li guardo come fossero stati un viaggio dove ho scoperto me stesso. Lo stile di vita nomade del quale ho potuto godere. Essere aperto a nuove esperienze. Esplorare la vita oltre ai propri limiti. E’ stato un viaggio molto divertente. C’è una frase di Martin Lawrence: “Live this life until the wheels fall off.”

Questo è quello che sto facendo.

Non ho mai voluto che l’operazione al cuore mi plasmasse, ma ho imparato a muovermi nel buio per vivere la mia vita in modo pieno. Ho sfruttato il fatto che la pallacanestro mi abbia permesso di essere a contatto con altre vite. Ho lasciato il segno con la mia HeartToHeart Fundation. Fred Hoiberg è stato il mio mentore, ho incontrato altri giocatori come Jeff Green, Etan Thomas, Chuck Hayes e Channing Frye, che hanno affrontato sfide simili alla mia. Ora mi godo il fatto che le persone mi vedano come quel ragazzo che è stato operato a cuore aperto. Se posso usarlo per aiutare altre persone allora lo faccio.

Dieci anni dopo, l’operazione al cuore è alle spalle, ma è completamente dentro a ciò che sono. Ha finito col definire il modo in cui vivo la mia vita ogni giorno. Mi ha trasformato nella persono che sono ora. La mia vita è fatta di viaggi è guadata dalle esperienze che ho vissuto, vediamo ora cosa mi riserverà il prossimo capitolo del libro della mia vita.

Scritto da Ronny Turiaf.

Tradotto da: Player’s Tribune

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