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Editoriali NBA

Golden State Warriors, la Storia- Capitolo II

Dal trionfo al tonfo

Con la squadra giunta sul tetto del mondo, c’era grande speranza nella Bay Area per un futuro radioso. I Golden State Warriors campioni in carica, infatti, erano considerati da tutti come i favoriti per il bis, a maggior ragione con la crescita di Phil Smith e la scelta al Draft di Gus Williams, che andavano a far compagnia, in un attacco ad altissimo numero di giri, alla stella della squadra ed MVP delle Finals 1975, Rick Barry. Chi li avrebbe fermati più?

I fatti sembrarono, in un primo momento, dare ragione ai californiani. Nella regular season 1975-76 i Warriors spazzarono la concorrenza, vincendo 59 gare che, fino allo scorso Aprile, erano il record di franchigia. Giunti alle Western Conference Finals, contro i Phoenix Suns, era opinione comune che gli uomini di Al Attles si sarebbero ripresentati all’ultimo atto stagionale, presumibilmente contro i Boston Celtics. La serie si rivelò molto più combattuta del previsto, ma Golden State si trovò sul 3-2, ad una sola affermazione dal ritorno alle Finali. La squadra era avanti di uno a pochi secondi dal termine di gara-6, ma un lay-up di Alvan Adams ed una stoppata di Gar Heard consentirono ai Suns di sopravvivere un altro giorno e forzare la settima partita. Tornati tra le mura amiche, si pensava che i Warriors si sarebbero lasciati alle spalle gli scomodi avversari, impressione rinforzata dal vantaggio all’intervallo. La determinazione di Phoenix però ebbe la meglio, rosicchiando a poco a poco il divario, prima di effettuare il sorpasso e scappare via nell’ultimo quarto, lasciando di sasso tutta Oakland. Suns vittoriosi per 4-3 e campioni eliminati. Il peggio però doveva ancora venire.

Nel Draft 1976 Golden State selezionò Robert Parish, che sarebbe diventato, dal secondo anno in poi, uno dei centri più produttivi dell’intera Lega. Le tensioni interne però stavano iniziando a minare le fondamenta di quel nucleo vincente. Il carattere ed il temperamento di Barry andavano sempre più peggiorando, con frequenti scontri con compagni, arbitri ed avversari. La squadra arrivò sino a gara-7 delle Semifinali di Conference’77 contro i Lakers, perdendo tuttavia la seconda “bella” consecutiva. Nessuno lo poteva sapere, ma stava calando il sipario sulla franchigia.

Il primo a partire fu Williams, a causa dei continui diverbi con Rick; quasi a ruota lo seguì Wilkes. Nel 1978 i Golden State Warriors mancarono l’approdo alla postseason, un sinistro presagio di quanto sarebbe avvenuto da lì a poco. Nella stessa estate Barry lasciò la squadra con destinazione Houston, dove avrebbe chiuso la sua carriera; un paio di anni più tardi toccò a coach Attles lasciare la direzione tecnica, entrando nel management. La squadra divenne un habitué del Draft, chiudendo sempre nelle ultime posizioni; non sempre tuttavia le scelte effettuate dal front office si rivelarono vincenti. Per un Purvis Short selezionato alla quinta posizione nel ’78, e che ne mise anche 28 di media nel 1985, si affiancavano momenti di imbarazzo e chiamate rivelatesi un puro fallimento, come quella, nel maledetto Draft del 1986, di Chris Washburn, una carriera stroncata sul nascere dall’assunzione di droghe. Emblematico, inoltre, quanto successo qualche anno prima, nel 1980. I Boston Celtics avevano la prima scelta assoluta, ma quel genio che rispondeva al nome di Red Auerbach decise di architettare uno scambio che restò negli annali. Convinse infatti i Warriors a cedere Parish e la terza scelta, che detenevano, in cambio della prima, scendendo quindi di posizione. La terza chiamata, che si sarebbe tramutata in Kevin McHale, e Parish, consentirono a Boston di formare, assieme ad un certo Larry Bird, la frontline forse più forte di tutti i tempi. Golden State, per converso, si assicurò le prestazioni, con la prima scelta, di Joe Barry Carroll, centro di Purdue, e detentore, forse, del più strepitoso soprannome della storia NBA: Joe Barely Cares, “a Joe interessa a malapena”, una storpiatura voluta che rifletteva quanto il giocatore non fosse sempre determinato sul parquet.

Carroll, nonostante l’indolenza e l’apparente disinteresse, sul campo, soprattutto nei primi anni, si dimostrò un giocatore molto produttivo, specialmente in una metà campo, chiudendo spesso e volentieri oltre i 20 punti di media. Tra lo stupore generale, all’apice della carriera, nell’estate del 1984 decise di andare a giocare per l’Olimpia Milano, portando i suoi talenti nel Belpaese. Un anno, uno scudetto ed una Coppa Korac dopo, ritornò in California, in una squadra caduta nell’oblio ma che mostrava qualche segnale di risveglio.

Nel Draft del 1985, con la settima scelta, i Golden State Warriors decisero di selezionare un mortifero tiratore mancino da St.John’s University, Chris Mullin. Nell’estate successiva il timone della squadra passò ad un giovane allenatore, George Karl, il cui nome circola ancora con vigore nei giorni nostri. Dopo 10 anni di astinenza, nel 1987, i Warriors tornarono ai Playoffs, compiendo qualche miracolo qua e là. Nel Primo Turno infatti, col fattore campo sfavorevole, andarono sotto 2-0 contro gli Utah Jazz, salvo vincere le successive 3 partite e passando quindi il turno. Nelle Western Conference Semifinals incontrarono i tremendi Los Angeles Lakers dello showtime, in un incontro davvero a senso unico, in quanto a pronostico. Sul campo non ci furono sorprese di sorta, ed i giallo-viola si portarono avanti 3-0. Con uno sweep dietro l’angolo, ed LA avanti di ben 14 lunghezze all’inizio dell’ultimo periodo di gara-4, sembrava che la stagione di Golden State fosse ormai finita. Invece, incredibilmente, la partita entrò direttamente tra i grandi classici della storia del gioco. Sleepy Floyd, la guardia di quei Warriors, si ritagliò, per sempre, uno spazio negli annali della Lega. Mise infatti a referto il record tuttora imbattuto di punti in un quarto nei Playoffs, 29, segnando 12 canestri di fila nel parziale conclusivo per 51 punti totali, guidando la storica rimonta di Golden State. Gli allori e le acclamazioni finirono presto: Los Angeles vinse partita e serie un paio di giorni successivi. Il regno di Karl fu altrettanto breve: all’inizio della stagione seguente, che vide la squadra chiudere con soli 20 miseri successi, venne infatti licenziato. Nel Draft del 1988, tuttavia, un altro tassello del mosaico venne messo al suo posto: con la quinta scelta assoluta i Warriors selezionarono Mitch Richmond, spettacolare guardia da Kansas State. Quasi contemporaneamente, a guidare dalla panchina i californiani, venne chiamato Don Nelson. Una nuova, seppur breve, era si stagliava all’orizzonte, per Golden State.

Nelson, promosso head coach dopo aver ricoperto un ruolo dirigenziale, era stato uno degli architetti dei bei Milwaukee Bucks degli anni’80. Consapevole delle potenzialità insite nei suoi, costruì un attacco atomico, chiudendo magari qualche occhio vedendo la propria metà campo difensiva. Al primo anno di gioco frizzante, i Warriors raggiunsero le Semifinali di Conference, venendo però estromessi dai Suns. Le aspettative però erano elevate ed i tifosi particolarmente estasiati da quanto avevano visto. In estate, inoltre, la formazione si arricchì di due nuovi elementi: il lituano Sarunas Marciulionis, scelto due anni prima, e la quattordicesima chiamata del Draft 1989, Tim Hardaway. L’arsenale offensivo si era ulteriormente ampliato, con l’aggiunta di un nuovo bombardiere. Fu in quell’estate che nacque la leggenda del trio Run TMC.

Il terzetto prese il nome da un famoso gruppo di rapper del tempo, il Run DMC, dalle iniziali dei nomi del nuovo esplosivo backcourt: Hardaway, Richmond e Mullin. Erano un vero incubo per le difese avversarie, costrette ad affrontare una run&gun ai massimi livelli, con tre scorer capaci di segnarne, senza problemi, 20 a testa tutte le sere. Il risultato fu uno spettacolo per gli occhi, una delizia per tifosi di Golden State e non, entusiasti nel vedere le prodezze di quei giovani ma terribili ragazzi. Il primo anno non fu particolarmente brillante quanto a partite vinte, ma nella stagione 1990-91 i Warriors misero le cose in chiaro sin da subito, battendo nell’opener i Nuggets a domicilio 162-158, senza l’ausilio di tempi supplementari. Il Run TMC guidò, quasi logicamente, Golden State ad avere la palma di miglior attacco della Lega ed al sold out di tutte le partite interne. Al Primo Turno dei Playoffs quella banda di scatenati riuscì anche a compiere l’inatteso upset contro gli Spurs di David Robinson, prima di fermarsi al round successivo contro i soliti Lakers. Chi poteva fermare quel trio esplosivo?

Il coach, facile. Sì perche Nelson era diventato ossessionato da un mantra, abbastanza ricorrente nella storia della Lega: aggiungere tonnellaggio. Era convinto che ai suoi Warriors bastasse avere un lungo affidabile per raggiungere vette inesplorate. Per questo motivo, a poche ore dal via della regular season 1991-92, premette il grilletto della trade forse più discussa nell’intera storia della franchigia: perfezionò infatti, coi Sacramento Kings, uno scambio sostanzialmente alla pari tra Mitch Richmond ed il rookie Billy Owens, spaccando di fatto il Run TMC. Richmond, nella California del Nord, divenne un All Star perenne, confermando la fama di realizzatore ai massimi livelli. Owens, invece, non solo venne selezionato al Draft subito prima di un certo Dikembe Mutombo, ma ebbe una carriera modestissima, venendo ceduto un paio di anni più tardi.

In un primo momento, tuttavia, la situazione sembrò arridere a Nelson. Golden State, con più spazio garantito a Marciulionis, vinse ben 55 partite in stagione, candidandosi come una delle squadre da battere. Tuttavia, al Primo Turno della postseason, venne inopinatamente sbattuta fuori da Seattle. L’anno seguente, nonostante l’arrivo dal Draft di un giovane, talentuoso ma problematico, che rispondeva al nome di Latrell Sprewell, la squadra mancò l’accesso ai Playoffs. La Dea Bendata venne però in aiuto di Nelson e compagnia, quando gli Orlando Magic decisero di cedere la prima scelta assoluta, ovvero Chris Webber, avendo già nel roster un lungo di un certo qual futuro come Shaquille O’Neal. Nonostante il brutto infortunio di Hardaway, che lo tenne fuori per tutta la stagione 1993-94, la squadra era ben assortita e capace di rinverdire i fasti di qualche anno prima. Complice anche il debutto coi fiocchi di Webber nella nuova Lega, Golden State vinse 50 partite. A dispetto dell’uscita prematura contro i Suns, c’era comunque grande ottimismo in seno all’organizzazione. Con il ritorno di Hardaway, i Warriors potevano aspirare a qualcosa di grandioso. Il 17 Novembre 1994, dopo aver battuto i New York Knicks, il record nella nuova regular season per Golden State era un ottimo 6-1. Quella notte, tuttavia, il tunnel della mediocrità venne imboccato dall’organizzazione, all’insaputa di tutti. Quella notte, infatti, Webber venne ceduto ai Washington Bullets.

Troppi erano stati gli scontri con Don Nelson, a causa della riluttanza del giocatore ad essere il centro di un quintetto molto dinamico ed indigesto agli avversari. Neanche l’acquisto di un lungo di peso come Seikaly fece cambiare idea all’ex stella di Michigan, che ormai aveva raggiunto il punto di non ritorno col proprio allenatore. Annunciò che avrebbe esercitato una clausola del contratto che lo avrebbe portato ad essere un Free Agent al termine della stagione; pur di non perderlo per niente, il front office decise di mettere su uno scambio che portò in California Tom Gugliotta. La squadra si sfaldò completamente.

A poco a poco, come in Dieci Piccoli Indiani, tutto l’apparato andò in frantumi. La stagione che era iniziata così bene andò a picco, con la squadra che vinse solo 20 delle successive 75 partite, ivi compreso il licenziamento di Nelson, che fece dei Warriors la vera vittima di quello scontro tra coach e superstar. L’oscurità cadde sulla franchigia. Nel mezzo della regular season successiva Hardaway venne ceduto ai Miami Heat, in cambio di briciole. Nell’estate del 1997 fu la volta di ammainare la bandiera di Mullin, che venne ceduto ai Pacers. Qualche mese più tardi, un fatto ancor più increscioso. Nel corso di un allenamento, al termine di un acceso diverbio verbale, divenuto poi scontro fisico, Sprewell tentò di strozzare coach PJ Carlesimo. Venne sospeso per il resto della stagione e, complice il successivo lockout, rimase fermo per oltre un anno, prima di essere spedito ai New York Knicks.

Golden State ebbe delle stagioni drammatiche a livello di vittorie conseguite: 19 nel 1997-98 e nel 1999-2000, 17 in quella seguente (coincisa con il ritorno di Mullin per un’ultima annata), vedendo passare gente ormai all’ammazza-caffè in termini di rendimento (Blaylock e Starks) o errori grossolani al Draft (come Todd Fuller selezionato prima di Bryant). Qualche barlume di speranza si ebbe proprio all’inizio del nuovo millennio con le evoluzioni di alcuni giovani interessanti come Antawn Jamison, Larry Hughes e Gilbert Arenas. I Playoffs continuavano ad essere un miraggio, ma la percentuale di vittorie e le speranze di un futuro migliore si erano lievemente alzate. Tuttavia, a causa soprattutto di motivi economici e di una dirigenza non proprio lungimirante, ancora una volta la squadra venne sfaldata, con la beffa di vedere gli stessi 3 giocatori protagonisti assieme nella resurrezione dei Washington Wizards.

Nel Febbraio del 2005, alla deadline, uno scambio portò nella Bay Area la prima superstar da tempo immemore, Baron Davis. Nella stagione successiva le attese erano tante e la squadra partì bene, prima di sciogliersi negli ultimi mesi, complici i problemi fisici della propria stella e delle continue frizioni con coach Montgomery. Per questo motivo, nell’estate del 2006, il front office prese una decisione: sul luogo del delitto sarebbe tornato un nuovo/vecchio allenatore, Don Nelson. Con una squadra forte di Davis, Jason Richardson, Monta Ellis e Steph Jackson (arrivato via trade da Indiana), Golden State iniziò balbettando la propria regular season, sembrando destinata all’ennesima annata no. Tuttavia, con uno scatto degno di un grande velocista, i Warriors riuscirono ad invertire il trend perdente, finendo sulle note alte la regular season ed agguantando la postseason dopo 13 anni di astinenza. Da ottavo seed, il destino di vittima sacrificale sembrava inevitabile, a maggior ragione contro la vecchia squadra del coach, i Dallas Mavericks, che avevano vinto ben 67 partite in stagione. Quello che successe in quell’Aprile del 2007 ebbe dell’incredibile. L’allenatore dei Texani, Avery Johnson, decise di abdicare dai dettami della regular season e di abbassare il quintetto per accoppiarsi meglio con lo schieramento poco convenzionale di Golden State. Nelson, da vecchio squalo, fiutò il sangue, dimostrando ai suoi come potessero essere temuti da uno squadrone apparentemente invincibile. Il risultato fu il più grande upset nella storia dei Playoffs, un 4-2 per i Warriors assolutamente impronosticabile, all’interno di una Oracle Arena divenuta una marea gialla e rumorosissima.

Il cammino di Golden State fu breve. Al turno successivo, nonostante una clamorosa schiacciata di Davis su Kirilenko, ad avere la meglio furono gli Utah Jazz. L’anno seguente, dopo aver draftato Marco Belinelli, i Warriors vinsero ben 48 partite dopo una pessima partenza, ma vennero estromessi da una folle corsa di tutta la Western Conference (i Nuggets, ottavi, ne vinsero addirittura 50), a dispetto anche del ritorno di Webber, durato solo 9 partite ma dal forte impatto romantico. In estate, però, nuovamente luce spenta, con Baron Davis a firmare per i Los Angeles Clippers. La conseguenza fu l’ennesima annata da meno di trenta vittorie ed il ritorno alla NBA Lottery, luogo ormai frequentatissimo da quasi 3 decadi.

Golden State aveva la settima scelta al Draft 2009, col disperato bisogno di talento da aggiungere nel backcourt. Andati via i primi 4 nomi, tra cui Hasheem Thabeet, prima dei Warriors toccava ai Minnesota Timberwolves, che possedevano ben due scelte. L’immortale GM dei Wolves, David Kahn, decise di selezionare due playmaker di fila, ossia Ricky Rubio e Jonny Flynn, che non è l’omonimo di quello visto a Capo d’Orlando recentemente. E Golden State? Si affidò ad uno smilzo, piccoletto, con un discreto range di tiro ma dal futuro ancora incerto ad alto livello.

With the seventh pick, in the 2009 NBA Draft, the Golden State Warriors select…Stephen Curry, from Davidson”.

Alessandro Scuto

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