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West Conference

Tutta colpa del Dwightmare?

Con la stagione NBA ormai finita, e i Golden State Warriors, insieme a Andre Igoudala, sull’Olimpo della lega di basket più bella del mondo, si possono tirare le somme di una stagione piena di tematiche e spunti di riflessione. Uno dei più importanti di questi è sicuramente la notevole discrepanza di livello che si è potuta notare tra le franchigie che militano nella Eastern Conference, e quelle che invece fanno parte della Western. Un tema non proprio nuovo che, anzi, da anni sta facendo gridare alla necessità di un rimescolamento delle carte all’interno della lega. Ma in attesa di una decisione che il commissioner Adam Silver sembra voler vagliare con estrema attenzione, anche quest’anno il sistema delle Conference ha garantito l’accesso ai Playoffs a squadre dal record non esattamente ineccepibile ad Est (come i Boston Celtics targati Brad Stevens, o i Brooklyn Nets), mentre le squadre dell’Ovest si sono massacrate in una tonnara lunga 82 partite che ha finito per lasciare fuori dalla post-season franchigie del calibro degli Oklahoma City Thunder. E non è il primo anno che accade una cosa del genere: anche l’anno scorso i Milwaukee Bucks afferrarono il seed #8 nella Eastern Conference con un record inferiore al 50%.

Si può dire che il livello generale della Eastern Conference sia calato (o almeno si ritiene che sia calato) rispetto a quello della Western fin dal secondo ritiro di sua maestà Michael Jordan. E di certo è un dato di fatto che gli ultimi 16 titoli NBA (dalla stagione 1999/00) hanno premiato più volte squadre della Western che della Eastern (11 titoli contro 5 suddivisi tra sette squadre diverse, quattro a Ovest e tre a Est, ossia Los Angeles Lakers, San Antonio Spurs, Dallas Mavericks e Golden State Warriors da una parte, Detroit Pistons, Boston Celtics e Miami Heat dall’altra). Un singolo, striminzito dato, che parla di uno squilibrio evidente che fa pendere la bilancia dalle parti della West Coast. Difficilissimo dire con certezza quando e perché un tale squilibrio si sia generato, o a quali fattori sia dovuto. Sicuramente le motivazioni sono moltissime e non possono aver tutte tratto origine nell’ultimo decennio o poco più. Ma riflettendo sulla storia recente, anzi recentissima, della lega, può saltare alla mente di tutti quale sia stato l’evento che in modo più decisivo ha spostato valori e gerarchie della NBA. Stiamo parlando, velatamente, del famoso Dwightmare, lo psicodramma dai contorni a tratti buffoneschi a tratti foschi che ha sconvolto con le sue innumerevoli illazioni quasi un’intera stagione (quella 2011/12) e ha infine portato Dwight Howard, sulla strada già tracciata da Shaquille O’Neal, dagli Orlando Magic ai Los Angeles Lakers. Chiaramente nessuno insinua che questa sia l’unica e sola regione dello squilibrio tra le due Conference, ma si tratta di una semplice provocazione, che deve servire da spunto di riflessione. Quello che ha coinvolto Dwight Howard non è certo il primo scambio a più squadre che ha portato una star NBA da una costa all’altra, ma è interessante analizzare il modo in cui questa trade si è strutturata, e in che modo ha potuto cambiare il corso della lega attuale. Al di là del valore intrinseco del giocatore, che è innegabile anche in virtù del suo curriculum, quello che è importante del Dwightmare è il numero massiccio di squadre e giocatori coinvolti, oltre che il loro valore all’epoca dei fatti.

Torniamo indietro con la mente di tre anni, a quell’estate 2012 che aveva appena consegnato il primo anello al LeBron James versione Miami Heat. A quei Playoffs, nella Eastern Conference, avevano partecipato anche gli Orlando Magic (testa di serie #6, con un record di 37-29) e i Philadelphia 76ers (#8, con il record di 35-31). Dwight Howard, stella e centro titolare degli Orlando Magic, aveva esteso di un anno, dopo l’All Star Game, il suo contratto in scadenza, ma i contrasti con l’establishment e lo staff tecnico (il coach Stan Van Gundy rivelò, ad aprile, che DH12 aveva chiesto il suo licenziamento), e l’operazione alla schiena che lo aveva tenuto fuori dai Playoffs (dove Orlando era stata eliminata in 5 gare dagli Indiana Pacers), lo avevano convinto a cambiare aria. Per l’intero anno le illazioni su un interesse dei Los Angeles Lakers nei confronti del #12 in maglia Magic si erano rincorse, in un carosello senza fine di indiscrezioni e smentite ufficiali. Anche se i Lakers potevano contare a loro volta su un centro, fresco di All Star Game, e in procinto di entrare nel suo ultimo anno di contratto, rispondente al nome di Andrew Bynum, l’appeal del binomio Kobe Bryant-Dwight Howard sembrava irresistibile, come fosse il remake dell’altro binomio chiave, quel Kobe-Shaq che tanti successi aveva portato alla metà gialloviola di Los Angeles. La dirigenza di Orlando aveva deciso che, piuttosto che perdere Dwight in cambio di nulla l’anno successivo, sarebbe stato meglio imbastire una trade che desse alla squadra la possibilità di ripartire. Le offerte non potevano che piovere sulla scrivania del GM Rob Hennigan (appena nominato, al posto del dimissionario Otis Smith, dopo un’esperienza come assistant GM a Oklahoma City). L’interesse più concreto veniva, chiaramente, dai Lakers, ma anche dai neonati Brooklyn Nets, disposti a mettere sul piatto una maxi-offerta comprendente Brook Lopez, Kris Humphries, MarShon Brooks e tre scelte future, oltre agli Atlanta Hawks, ai Dallas Mavericks e agli Houston Rockets. Il sogno proibito di Hennigan era quello di assicurarsi Andrew Bynum (che i Lakers sembravano disposti a inserire nel pacchetto), ma le dichiarazioni dello stesso giocatore, che si diceva intenzionato a non rinnovare se fosse stato mandato in Florida, sconsigliavano l’affare. Dopo due mesi di ansie e notizie contrastanti, finalmente il 9 agosto 2012 giungeva l’annuncio tanto atteso. Gli Orlando Magic e i Los Angeles Lakers avevano allestito una mastodontica trade a quattro squadre, coinvolgendo i Philadelphia 76ers e i Denver Nuggets.

Dwight Howard si sarebbe spostato, insieme al compagno Chris Duhon, alla corte dei gialloviola, Andrew Bynum avrebbe raggiunto Philadelphia, insieme a Jason Richardson, proveniente da Orlando. Da Philly sarebbe partito invece Andre Iguodala, per andarsi ad accasare ai Nuggets che avrebbero mandato a Orlando Aaron Afflalo e Al Harrington. Insieme agli ex uomini del Colorado, avrebbero raggiunto la Florida anche Nikola Vucevic e Maurice Harkless (da Philadelphia, il primo al secondo anno, l’altro fresco di scelta #15 al Draft), Josh McRoberts e Christian Eyenga (dai Lakers) oltre a cinque scelte future al Draft, tre al primo turno e due al secondo. Lo squilibrio è molto più che evidente già dai nomi dei giocatori coinvolti. Orlando, che era stata una squadra da Playoffs, e finalista NBA soltanto tre anni prima, era stata praticamente smantellata, perdendo il suo giocatore di maggior spessore che veniva rimpiazzato da una folta schiera di scaldapanchine e comprimari. Allo stesso modo Philadelphia, che aveva ricevuto l’oneroso contratto di Jason Richardson e un Andrew Bynum in recupero da un infortunio al ginocchio che in realtà lo avrebbe poi tenuto fuori tutta la stagione, uscì perdente da quello scambio. E anche se i Lakers non ottennero quanto sperato dall’innesto di Superman, rendendosi protagonisti di una stagione al di sotto delle aspettative, con la seed #7 afferrata per il rotto della cuffia e l’eliminazione al primo turno dei Playoffs con un secco sweep da parte dei San Antonio Spurs (poi finalisti contro i Miami Heat), lo squilibrio causato da quello scambio ha dato inizio alla situazione attuale, con i Magic e i 76ers che, da tre anni a questa parte, recitano la parte delle “squadre materasso” a Est, senza mai raggiungere un record positivo, e che sembrano incapaci di ripartire e ricostruire (anche se il progetto di Orlando comincia ad avere una sua fisionomia).

Impossibile però non notare quanto il livello qualitativo dei roster della Eastern Conference sia stato intaccato nel trasferimento: giocatori come Dwight Howard e Andre Iguodala (fresco MVP delle Finals NBA) hanno raggiunto (e militano tutt’ora, anche se in squadre diverse) la Western Conference, mentre Bynum si è rivelato un flop (tanto è vero che, tra infortuni al ginocchio e follie personali, è praticamente uscito dal radar della NBA) e Afflalo, dopo stagioni inconsistenti in quel della Florida, è tornato anche lui sulla West Coast, prima come cavallo di ritorno a Denver, poi a Portland (anche se nell’attuale free agency ha scelto di trasferirsi di nuovo a Est, ai New York Knicks) mentre gli unici strascichi positivi di quello scambio per la East Coast stanno nella maturazione di Nikola Vucevic, che in una squadra in completo restyling, ha potuto trovare minuti di gioco e tanta responsabilità, ma i cuoi margini di miglioramento sembrano essersi quasi esauriti.

Chiaramente non tutta la responsabilità dello squilibrio tra Est e Ovest nella NBA è imputabile a una trade effettuata tre anni fa, per quanto mastodontica essa possa essere stata. Effetti simili, infatti, aveva avuto anche il Melo Drama del 2011, con i New York Knicks pronti a cedere metà del roster (nello specifico Danilo Gallinari, Wilson Chandler, Timofey Mozgov, Raymond Felton e tre scelte al draft, più tre milioni di dollari), per ricevere in cambio Carmelo Anthony in compagnia di un pacchetto di giocatori sull’orlo del ritiro (tra cui spiccava il nome di Chauncey Billups). Ma non è soltanto una questione di scambi. La gran parte della differenza l’hanno fatta (e la fanno) le decisioni degli establishment. Ad esempio quelle di Sam Hinkie, GM dei Philadelphia 76ers, che, per due Draft consecutivi, si è impegnato a selezionare giocatori infortunati (prima Nerlens Noel, #6 scelta al Draft del 2013, preso al prezzo di Jrue Holiday, poi Joel Embiid, #3 scelta al Draft del 2014), o quelle di Chris Grant, ex GM dei Cleveland Cavaliers, che, avendo a disposizione una fortuna smodata (Cleveland è riuscita ad aggiudicarsi tre #1 scelte assolute e una #3 scelta in quattro anni), è riuscito a dissipare la #1 scelta del Draft 2013 selezionando Anthony Bennett, che, ad oggi, si prepara a contendersi il titolo di peggior scelta al Draft della storia con personaggi del calibro di Kwame Brown, Darko Milicic o Sam Bowie.

A volte invece è più semplicemente colpa della Dea Bendata, quella che gestisce la successione delle palline della Draft Lottery. Quella che, per esempio, nell’annata disgraziata degli Charlotte Bobcats (franchigia della Eastern Conference) autori del peggior record della storia NBA (7-59, un rapporto vinte/giocate di 0.106) ha consegnato la prima scelta al Draft ai New Orleans Hornets (che militano nella Western Conference), che l’hanno poi convertita nel signor Anthony Davis, lasciando la franchigia della Carolina a “consolarsi” con Michael Kidd-Gilchrist, che con AD23 ci ha anche giocato insieme all’Università di Kentucky, ma i cui punti di contatto con il lungo, leader dei Pelicans, si fermano, purtroppo, qui.

Ancora un altro grave colpo alla competitività delle franchigie dell’Est è venuto anche dagli infortuni, soprattutto quelli di Paul George e di Chris Bosh che hanno seriamente minato le possibilità degli Indiana Pacers e dei Miami Heat di raggiungere i Playoffs. E infine, un ultimo fattore, non meno importante, è quella che potremmo definire anarchia assoluta all’interno della dirigenza di una franchigia di grande blasone, come quella dei New York Knicks che, nonostante l’ingaggio multimilionario ed estremamente sbandierato di “Coach ZenPhil Jackson, sembrano mancare completamente di un progetto di ricostruzione e la cui unica certezza, ad ora, è Carmelo Anthony.

Lungi da noi, quindi, voler insinuare che sia tutta colpa del Dwightmare. Questa provocazione dovrebbe servire solo ad invitare tutti gli appassionati a riflettere sulle molteplici e variegate motivazioni che hanno causato lo squilibrio attuale, sotto gli occhi di tutti, tra Eastern e Western Conference, sperando che presto i valori in campo tornino ad equipararsi, per regalarci una NBA sempre più bella, combattuta e spettacolare.

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