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Golden State Warriors, la Storia – Capitolo I

Origini e vittorie

Joe Fulks, Angelo Musi, Howie Dallmar, George Senesky, Art Hillhouse. Chi erano costoro? I più penseranno a dei novelli carneadi, nomi perduti nella notte dei tempi e magari senza un passato di un certo tipo alle spalle. La maggior parte si sorprenderà nel sapere che, a loro modo, equivalgono ad una frase che contiene Steph Curry, Andre Iguodala, Klay Thompson, Draymond Green ed Harrison Barnes. Sì perché quei 5 giocatori, oltre ovviamente ad altri compagni, fanno parte della storia, ormai lunghissima, dei Golden State Warriors, costituendone addirittura le fondamenta e per di più vincenti, non un tratto comune nel pedigree della franchigia. Senza di loro, i primi di tanti, probabilmente, non ci sarebbe stata la Golden State che oggi siede sul tetto del mondo NBA.

La storia dei Warriors affonda in epoche molto antiche, sin dagli albori della pallacanestro agli inizi del Novecento. La città di riferimento, tuttavia, non era l’odierna Oakland, bensì Philadelphia, clima ed ambiente assai distanti da quelli californiani. Con la nascita delle prime leghe professionistiche, gli allora Philadelphia Warriors non si fecero scappare l’opportunità: guidati da Eddie Gottlieb parteciparono, nella stagione 1946-47, alla prima edizione del campionato BAA. Sotto il coach di origine ucraina i Warriors non solo furono in campo nella prima palla a due della futura nuova Lega, ma finirono col vincere il titolo al primo colpo, sconfiggendo in finale i Chicago Stags. Ulteriore ciliegina sulla torta, Joe Fulks vinse anche il primo titolo di capocannoniere, ad oltre 23 di media. Dato che, un paio di anni più tardi, BAA ed NBL si sarebbero fuse nell’odierna NBA, che riconobbe come proprie le statistiche della prima, si può quindi facilmente intuire come i Warriors siano stati i primi vincitori in assoluto del campionato a stelle e strisce americano, così come una delle sole 3 franchigie (le altre Boston e New York), presenti ininterrottamente dal 1946. La Storia era stata fatta.

A differenza di quanto sarebbe poi successo più in avanti, i Philadelphia Warriors erano una delle superpotenze della Lega. L’anno dopo aver centrato il titolo si ripresentarono in Finale, perdendo però in sei gare contro i Baltimore Bullets, franchigia oggi estinta e da non confondere con quelli che sarebbero confluiti negli odierni Washington Wizards. Con Gottlieb ad insegnare dalla panca ed a contribuire attivamente alla sopravvivenza tanto della franchigia quanto della BAA/NBA, i Warriors per alcuni anni, tuttavia, non riuscirono più a replicare quanto fatto vedere nelle primissime stagioni, uscendo per quattro volte di fila nelle Semifinali della Eastern Division. Nonostante l’arrivo di futuri Hall of Famer come Paul Arizin (costretto comunque ad un fermo di due anni per obblighi militari) e Neil Johnston, la situazione per Philadelphia precipitò, come testimoniato dal mancato accesso alla postseason per tre anni di fila. Era già finita la magia?

All’inizio della stagione 1955-56 nessuno in casa Warriors sapeva cosa aspettarsi dall’annata NBA alle porte. Il nucleo della squadra era rimasto intatto, con l’aggiunta dal Draft di Tom Gola, uno dei più forti giocatori NCAA di tutti i tempi, prototipo dell’All-Around ed altro futuro Hall of Famer. Gottlieb, pur gravitando ancora in orbita Philadelphia, aveva assunto a tempo pieno il ruolo di plenipotenziario NBA, lasciando la panchina a George Senesky, uno dei “ragazzi del’46”. La squadra ebbe un miglioramento di 12 vittorie rispetto all’anno precedente, chiudendo con 45 successi e riapprodando nei Playoffs. Dopo aver faticosamente battuto i Syracuse Nationals al Primo Turno, Arizin e compagni si trovarono catapultati alle NBA Finals 1956, opposti ai Fort Wayne Pistons, antesignani dell’odierna Detroit. I margini furono sempre molto ristretti e risicati: 98-94, 84-83, 100-96, 107-105 e 99-88. La cosa più importante è che i Warriors si aggiudicarono quattro di quelle cinque battaglie, vincendo così il loro secondo titolo di franchigia. Un futuro non molto rassicurante si stagliava all’orizzonte, tuttavia, dai contorni chiaroscuri o, per meglio dire, bianco-verdi.

Nel Massachusetts, infatti, un accumulo tempestoso formato da Bill Russell, Bob Cousy, Sam Jones e Red Auerbach, aveva dato origine alla grande Dinastia dei Boston Celtics. Per meri motivi geografici, i Warriors non poterono più esimersi dall’affrontarli nella postseason. Nel 1958 arrivò la sconfitta nella Finale della Eastern Division contro i futuri acerrimi rivali; l’anno successivo, per di più, la franchigia non si qualificò alla postseason. Con la prospettiva, tutt’altro che rosea, di poter passare qualche altra stagione di oblio, la Dea Bendata (e le regole del Draft di allora), vennero incontro a Philadelphia: al Draft 1959, infatti, tramite le territorial pick, approdò in squadra l’enfant du pais, Wilton Norman Chamberlain, per tutti e per sempre Wilt.

Dell’immortale numero 13 ne abbiamo parlato in profondità in passato, rimarcando una carriera irripetibile ed inimitabile. Già dalla stagione di esordio si intuì quello che sarebbe diventato il leit-motiv degli anni 60: Chamberlain chiuse sfiorando i 38+27 di media, ma i Philadelphia Warriors si dovettero arrendere ai Celtics in 6 gare nelle Finali di Division, Nel 1962 copione simile ancorché esasperato: Wilt a far registrarne oltre 50 di media e 100 in una sola notte ai malcapitati Knicks, e Warriors estromessi in 7 gare da Boston sempre nelle Finali di Division, con la “bella” vinta di due punti grazie ad un tiro, quasi allo scadere, di Sam Jones.

Al termine della stagione, la franchigia cambiò di proprietà e, cosa ben più importante, di città, trasferendosi nella costa opposta degli Stati Uniti, a San Francisco. Nonostante un Chamberlain ancora scatenato, la squadra inopinatamente mancò l’approdo alla postseason. L’anno successivo, dopo aver draftato una delle bandiere della franchigia, Nate Thurmond, i Warriors dominarono l’Ovest, raggiungendo le NBA Finals 1964. Manco a dirlo gli avversari erano ancora i Boston Celtics e, manco a dirlo, vinsero anche questa volta, abbastanza agilmente in sole 5 partite. Le delusioni per i tifosi, però, non erano ancora finite: nella stagione seguente, complici un avvio molto balbettante e gravi problemi finanziari, i San Francisco Warriors furono costretti a cedere Chamberlain ai Philadelphia 76ers, che nel frattempo ne avevano preso il posto nella Città dell’Amore Fraterno, provenienti da Syracuse. Tutto da rifare? Quasi.

Nel seguente Draft, infatti, con la seconda scelta assoluta i Warriors selezionarono un giocatore dal temperamento focoso ed instabile, caratteristiche direttamente proporzionali alle classe ed al talento: Rick Barry. Uno dei più mortiferi tiratori dalla lunetta, col classico stile a due mani da sotto, nonché padre di una nidiata di futuri giocatori, divenne il nuovo uomo-franchigia, non deludendo in quanto a risultati raggiunti, numeri impressionanti e bizze con compagni ed avversari. Nella sua stagione da sophomore viaggiò ad oltre 35 di media, aiutando la squadra a raggiungere le NBA Finals 1967 dove, per ironia del destino, ad affrontare San Francisco vi erano proprio i 76ers di Chamberlain. Wilt aveva capito cosa serviva per vincere quel maledetto titolo e lo notò ancor di più osservando la nuova stella dei suoi vecchi compagni: Barry ne mise oltre 40 di media, compresa una prova da 55, ma Philadelphia, capeggiata dal numero 13, si dimostrò molto più squadra, vincendo la serie in 6 gare. Per i tifosi dei Warriors, come era già successo prima, arrivò, oltre al danno, anche l’incredibile beffa: non solo avevano perso proprio contro Chamberlain ma Barry, per protesta contro il management per questioni economiche, decise di abbandonare la squadra e firmare per la locale compagine ABA, gli Oakland Oaks.

In pieno shock da abbandono, la franchigia, guidata ora dal solo Thurmond, vacillò, mancando un appuntamento coi Playoffs e senza lasciare tracce memorabili sui parquet. Nel contempo, la sede della squadra venne spostata ad Oakland e, dalla stagione 1971-72, venne adottato la denominazione ufficiale che è resistita sino ad oggi, i Golden State Warriors.

Dopo un intermezzo durato 4 anni, e protrattosi tra mille polemiche e beghe giuridiche, nell’estate del 1972 Barry tornò ai Warriors, non più fresco come un tempo ma ancora nel pieno della propria maturazione come giocatore. Subito la squadra tornò alle Finali di Conference, venendo però estromessa dai Lakers di, ancora lui, Chamberlain. L’anno seguente, nonostante ben 44 vittorie in regular season, Golden State fu solo spettatrice davanti a tv e radio dei Playoffs. Il Destino aveva però in serbo, finalmente, qualcosa di dolce per i tifosi Warriors.

I dubbi sulla formazione californiana aumentarono ulteriormente quando Thurmond lasciò la squadra nell’estate del 1974. Barry si trovava così a capitanare una serie di buoni/discreti giocatori, sui quali spiccava il futuro Laker Jamaal Wilkes. I Warriors si lasciarono la concorrenza alle spalle durante la regular season, superando poi di slancio il Primo Turno. Alle Finali di Conference l’ostacolo Chicago fu irto di insidie e difficoltà, venendo superato in 7 partite e con un grande recupero di Golden State nell’ultimo quarto della sfida decisiva, che la proiettò alle NBA Finals 1975. La corsa pazza dei ragazzi di coach Attles sembrava però destinata ad esaurirsi, contro i Washington Bullets di Hayes ed Unseld. La formazione della Capitale era unanimemente considerata la favorita d’obbligo per vincere il titolo, senza che quasi nessuno volesse scommettere un centesimo sui californiani.

Il Primo tempo di Gara-1 sembrò confermare i pronostici, con i Bullets a condurre agilmente in doppia cifra. Lì qualcosa successe. I Warriors rimontarono furiosamente, aggiudicandosi per 101 a 95 il primo incontro. Nella seconda partita Barry ne mise 36, Washington ebbe per due volte il pallone della vittoria ma dovette soccombere per un misero punticino, 92-91. In gara-3 ancora distanze ridotte, ma i 38 del leader di Golden State assicurarono un’altra preziosissima vittoria interna, portando i suoi ad un passo dall’anello. Di ritorno nella Capitale, gli animi si riscaldarono ulteriormente, con una mega-rissa sfociata nell’espulsione di Attles. I Warriors, fedeli al proprio soprannome, si batterono come dei veri guerrieri e, quasi a fil di sirena, due liberi di Butch Beard diedero la vittoria agli ospiti ancora una volta per una sola lunghezza, 96-95. L’incredibile era successo: i Golden State Warriors avevano portato a termine uno dei più improbabili risultati nella storia delle Finals, laureandosi Campioni NBA.

Si trattava del terzo titolo nella storia della franchigia, il primo però dall’approdo in California. I tifosi della Bay Area erano in visibilio: ora che si trovavano sul tetto del mondo, chi li avrebbe fatti scendere più?

Alessandro Scuto

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