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Playoffs NBA 2015

La Grande Finale

LOADING FINALS ( di Marco Lo Prato)

4 giugno, ci siamo. Manca sempre meno. Salgono le palpitazioni, il ritmo è frenetico. L’Oracle Arena va riempiendosi, si colora di giallo e blu, i colori Warriors. A macchia di leopardo si intravede qualche chiazza rossa, marcata anch’essa di giallo: i Cavaliers. Sono rimaste due squadre. Due modi di giocare differenti. Due allenatori alla prima esperienza da head coach di una franchigia NBA, catapultati alle Finals. La magia di sette partite che tutto il mondo cestistico si fermerà a guardare. La frenesia che precede la palla a due, la minuziosità con cui lo staff prepara il game-plan per la partita, i rituali dei giocatori che si sublimano. Tutto deve essere perfetto. Lebron James è l’uomo al comando. Il Prescelto è chiamato ancora una volta a dare la scossa: non basta aver guidato i suoi nelle finali di conference contro gli Atlanta Hawks con medie fantascientifiche. Se non vinci l’ultima partita dell’anno, tutto perde di senso. Soprattutto se sei The Chosen One. Vincere nonostante tutti, portando un titolo nella città sfigata per antonomasia: vincere per dimostrare che persino dal “Mistake on the lake” può nascere qualcosa di buono. Irving, Jr Smith, Mozgov, possono essere tantissimi i fattori in questa finale di conference. Ma è inutile nasconderlo: tutto passa dalle mani di Lebron. Dall’altra parte, Stephen Curry. Una stagione esaltante, cavalcando l’entusiasmo di una squadra che ha letteralmente distrutto la Regular Season. La sublimazione dell’arte delle triple, abbattendo record su record e giocando a livelli celestiali. Sicuramente, la squadra favorita. Una panchina profondissima, un jolly come Draymond Green, una guardia come Klay Thompson. Ma anche in questo caso, la differenza la fa il playmaker con il 30 sulle spalle: la sua visione di gioco, la capacità di far impazzire il palazzetto semplicemente spezzando il polso, oltre allo sguardo innocente che si trasforma in un ghigno famelico quando si tratta di annientare gli avversari. Ah sì, ci sarebbe anche Riley Curry, la figlia, protagonista delle ultime conferenze stampe in casa Warriors. Ma adesso il contorno scompare. Non conta nulla, se non il proprio uomo da marcare, le letture giuste, i tiri decisivi da segnare, vincere. Signori, ci siamo. Le NBA Finals.

INSIDE THE SERIES ( di Stefano Salerno)

12-2 il record dei Cavaliers, 12-3 quello dei Warriors. Le dominatrici di questa postseason (82,8% di record “combinato” nei PO) finalmente una di fronte all’altra. Proviamo a capire qualcosa in più di quel che accadrà nei prossimi 10 (o più) giorni.

Prima di tutto, toccherebbe (e qui il condizionale è d’obbligo, purtroppo) andare a vedere i “precedenti stagionali” tra le 2 squadre. Definirle partite poco indicative è un complimento, ma spulciando a fondo qualcosa di interessante c’è.

La prima, il 9 Gennaio, giocata a San Francisco, vinta con relativa facilità dai padroni di casa per 112-94. Per i Warriors Speights in quintetto al posto di un ancora convalescente Bogut, con tanto Lee e Holiday dalla panchina (non una cosa vista molto frequentemente negli ultimi mesi).

In casa Cavs, se possibile, differenze ancora più macroscopiche: 0 minuti giocati da James e Shumpert, 40 quelli giocati da Love. Conviene quindi soffermarsi su chi invece c’era e ci sarà, Kyrie Irving.

23 punti con 23 tiri e tanti errori da sotto (1/9). Un canestro in apertura ad “anticipare” Speights e poi nulla più nei pressi del ferro avversario. Frutto delle scelte difensive fatte dai Warriors.

Single coverage da parte di Curry su di lui. Mozgov è impegnato a battagliare sotto il ferro, non porta il blocco e Irving decide di attaccare in 1 contro 1 il playmaker avversario (questo di certo ci sarà a prescindere nel piano partita Cavs: far correre Curry in difesa!).

Il numero 30 però è migliorato anche in questo. Tiene benissimo lo scivolamento, contesta il tiro e Kyrie sbaglia da 2 passi. Quindi, prima annotazione: non mando altri difensori su Irving in raddoppio, ma resto accoppiato con i tiratori sul perimetro. Battimi in penetrazione (se ci riesci).

Protezione del canestro sempre e comunque in casa Golden State. Anche sul pick&roll. Ne sia da esempio l’immagine seguente.

Curry si stampa letteralmente su un blocco di granito russo rispondente al nome di Timofey, provando a passare sopra. Bogut resta dentro. Senza sé e senza ma. Non più in là della linea del tiro libero. Per Irving questo palleggio-arresto-tiro da 3 ci sarà a lungo nella serie.

E il tiro dalla lunga distanza è proprio una delle caratteristiche comuni alle 2 squadre (capito Phil?). Cleveland è seconda per punti prodotti in questa postseason con i piedi dietro l’arco (30,9%, grazie JR), dietro proprio ai Warriors (33,2%, grazie Steph).

Lecito attendersi dunque tante conclusioni dai 7 metri e 25. Così come è successo nel secondo episodio andato in scena durante la Regular Season, il 26 Febbraio, conclusosi 110-99 in favore della franchigia dell’Ohio. 57 conclusioni totali, equamente distribuite (28-29).

Le note d’interesse in questo caso sono maggiori. Love a parte, i quintetti scesi in campo sono quelli che molto probabilmente calcheranno il parquet giovedì notte. A far strabuzzare gli occhi però sono certamente le cifre di LeBron.

42-11-5-3 tirando col 60% dal campo. A dir poco incontenibile. Prima situazione di gioco.

Contro il quintetto titolare su di lui va Green, ma nonostante questo LBJ decide lo stesso di andare in post basso.

8 secondi e 6 palleggi dopo il paesaggio difensivo dei Warriors è cambiato. Totalmente. Tutti e 5 sono in qualche modo collassati sul numero 23, lasciando 3 tiratori liberi di riceve lo scarico e Mozgov tutto solo in quell’ultimo metro di campo che ha fatto le fortune di tanti (leggasi Birdman, ma non solo).

Riuscire a ricreare queste spaziature vista l’assenza di Love non sarà semplice (quintetto piccolo?).

Il risultato dell’azione precedentemente descritta? Semigancio e primi 2 punti per il prescelto. Green non è stato però quello che ha “marcato” più a lungo James. Infatti per ben 4:15 minuti su di lui c’è stato Barnes, ma soprattutto 7:14 minuti di Iguodala, possibile chiave a protezione del ferro per Golden State.

Quella sera non andò benissimo (6/11 durante tale accoppiamento, 16 punti con 23 “tocchi”), nonostante le scelte difensive fossero ben chiare.

Se su Irving provo a passare sopra, con LeBron passo tutta la vita dietro al blocco (Iguodala è nascosto dietro Mozgov) e in generale resto a protezione del ferro lasciando una prateria per prendere palleggio-arresto-tiro. Quella sera fu 4/9 da 3, e il piano partita non cambiò. Figurarsi adesso che James viaggia al 17,6% nei PO.

Nell’altra metà campo, il vero missmatch difensivo resta quello relativo ai lunghi. Se nei 2 incontri stagionali c’era Love su Green (non un fenomeno difensivo, certo), adesso toccherà vedere chi tra Mozgov e Thompson si “sacrificherà”  ad inseguire per tutto il parquet il numero 23 gialloblù.

Di certo è ipotizzabile che Green venga “sfidato” al tiro dalla lunga distanza. Qualora dovesse entrare anche quello (vedi partita contro Chicago in RS, ad esempio), ci sarebbe davvero poco da fare per i Cavaliers, i quali in generale hanno molto sofferto la circolazione della squadra di San Francisco. Un dato per tutti: nei 2 incontri 67 assist totali per Curry e compagni, 28 per gli uomini di Blatt. Un abisso.

E poi c’è la domanda che tutti si stanno ponendo da giorni: LeBron con chi si accoppia? 

Di sicuro non con Steph Curry (sarebbe suicida, anche se lo spettacolo ne guadagnerebbe non poco) e difficilmente con Thompson. Più probabile che si occupi di Barnes/Iguodala e all’occorrenza, in caso di quintetto piccolo, di Green. Più in generale, i dati degli accoppiamenti difensivi della gara del 26 Febbraio sono i seguenti (da NBA.com):

*tabella che tiene conto degli accoppiamenti durati minimo 2 minuti

Interessante infine sarà vedere il ritmo a cui le squadre giocheranno. Cleveland difficilmente accetterà di giocare al “corri e tira” (o “pace and space” per dirla in maniera figa) dei ragazzi di Steve Kerr, i quali però hanno ben dimostrato già contro New Orleans e Memphis di potercela fare anche giocando su 90 possessi.

Gli Warriors, primi per % di punti in contropiede in questi Playoff (20,7% contro il 7,3% di Cleveland, penultimi), contrapposti a chi fa dell’isolamento la sua arma per generare vantaggio (chiedere al povero Carroll ulteriori informazioni).

Di spunti ce ne sarebbero tanti altri. Ma in fondo (per fortuna) tocca aspettare soltanto poche ore. Le Finals sono alle porte.

SLIDING DOORS( di Pietro Caddeo)

  • Stava assistendo ad uno dei più grandi twist della storia NBA, ma da primo testimone e intermediario, Mike Tannenbaum non poteva ancora saperlo. 12 mesi fa, aveva da poche settimane definito le procedure contrattuali per l’assunzione di Steve Kerr sulla panchina di Golden State. Nello stesso periodo, David Blatt lo contatta per sondare il terreno NBA, dopo aver vinto l’Eurolega con il Maccabi, alla ricerca di nuovi stimoli oltreoceano( quasi 30 anni su panchine europee non sono pochi). In un attimo, si trova ad essere l’agente di entrambi.Kerr stava formando un nuovo coaching staff ed era affascinato dall’impresa compiuta dalla migliore orchestra difensiva d’Europa, vuole vedersi vis-à-vis con Blatt. I due si incontrano a Los Angeles per discutere della possibilità di lavorare fianco a fianco su una delle panchine più intriganti della lega.Quello uscito più entusiasta dalla conversazione era Blatt, che richiama subito Tannenbaum: “ Voglio lavorare con Steve”. Stesso feedback positivo lo riceve anche da Kerr: “E’ perfetto, al di là delle sue capacità di allenatore, quello che la gente non sempre realizza è che si viaggia tutto l’anno, vuoi lavorare con persone che ti piacciono”. Ciononostante,Tannenbaum si trova costretto a  frenare il suo trasporto: “ So che questa è un’immensa opportunità per David, ma abbiamo ottenuto interesse preliminare dai Cleveland Cavaliers”. Kerr non fa quasi una piega: “Ok, grandioso, vediamo come evolve”.Tannenbaum parla di long shot, evidenziando le risibili possibilità che i Cavs assumano Blatt. L’agente, prima dell’incontro, aveva mandato a tutte le franchigie NBA una registrazione di una conferenza stampa di Blatt dopo la vittoria contro il Real Madrid. Il colloquio con i Cavs fila liscio, viene ingaggiato. “Pensavo fosse una cosa improbabile”: commenta Kerr, una volta al corrente della notizia. Oggi Tannenbaum non fa più il procuratore, ma si trova alla scrivania dei Miami Dolphins in veste di vice President of Football Operations. Curioso come fossero così vicini dal cooperare per la stessa causa, invece che trovarsi uno contro l’altro,da rookies coach, sul palcoscenico più importante, a quattro vittorie dall’anello.
  • Ai microfoni di ESPN, Mark Jackson sta commentando il primo incontro stagionale tra Cavs e Warriors, appena la telecamera punta sulla cabina di regia dei telecronisti, scatta lo scroscio di applausi del pubblico per l’operato svolto dall’ex coach nella stagione scorsa. Ma la sensazione è che l’ondata di riconoscimento sia un 30% rivolto a Jackson ed un 70% a Kerr, quello nuovo. Van Gundy,  nel corso del match, parla dell’evoluzione compiuta da Golden State, passata da fun to watch team a contender. Una transizione che non avviene con uno schiocco di dita e che è partita dal lavoro di Jackson in 4 anni, continuato-  come un maglione lasciato a metà da un sarto- con Kerr. Ma il calore dei tifosi e le parole usate da Van Gundy, sembrano prendere più la direzione del Rookie Coach e delle 29 vittorie e 5 sconfitte fin qui collezionato( primi ad Ovest). Sorridente e tempestivo negli applausi,poi,  quando si accorge che si sta omaggiando il Reverendo.Dall’altro lato David Blatt, senza Lebron ma con Love, con più circolazione di palla, ma meno punti nel pitturato( solo 28, contro i 40 di GS). A rivedere questa partita del 9 gennaio, dopo i tanti isolamenti- a tratti cancerogeni- che si è preso contro Atlanta e Chicago nei PO, sorge spontanea una domanda: sono peggio le azioni da solista di Lebron o i contropiedi 3 on 1 sprecati facendo “passaggini” ravvicinati? I Cavs rimangono comunque a contatto, fino al terzo quarto lo svantaggio di Cleveland oscilla tra il -5 ed il -8, Smith è in modalità sparatutto funzionale ed Irving e Love tirano con il 50% da fuori. Si perdono in un bicchiere d’acqua sui tagli backdoor( Green e Thompson dal lato debole ne abusano) e sui pick and roll con Curry da portatore( il difensore passa sotto scommettendo sul tiro dalla media di Steph), eppure si nota che Cleveland ha le contromisure per rallentare quel flipper di handoffs e ribaltamenti dei Warriors. Lo si vede per poco, un possesso sì e cinque no, un Dellavedova che aiuta Thompson in chiusura su Green e poi recupera su Curry, un Blatt che abbozza un sorriso dopo essersi messo le mani nei capelli. Senza contare che Lebron era fuori per uno strappo alla schiena, senza contare che l’alchimia non è quella di oggi.

 

SUPPORTING CAST ( di Emiliano Tolusso)

A volte le definizioni spaziano in campi semantici decisamente vasti.

Con il termine supporting cast cerchiamo di esprimere un concetto di significato costante, che non potrebbe invece assumere accezioni più diverse nella pallacanestro di oggi. Sfumature, eppure in grado di stravolgere il senso della definizione. Così è nel caso dei Golden State Warriors e i Cleveland Cavaliers.

Golden State non ha un vero e proprio cast di supporto tradizionalmente inteso. Il modo di giocare della squadra di Kerr coinvolge tutti in ruoli che prevedono letture continue e comunione della sfera. L’aver allontanato Steph Curry dal pallone per impiegare al meglio la forza di gravità che esercita sulle difese NBA, una volta svincolato da parte dei compiti di play-making, ha avuto il merito di sviluppare durante l’anno una capacità di giocare insieme pressoché unica permettendo ai propri giocatori di complemento di gestire i palloni non solo da semplici specialisti, ma da giocatori globali. Perché questo sono Bogut, Green, Iguodala ed il migliorato Barnes, con i primi due che non di rado ricoprono funzioni di playmaker occulti della squadra. Sono il segreto dell’elasticità del loro gioco, capace di adattarsi a qualunque ostacolo venga gettato sulla loro strada. La chiave sarà proprio quella di continuare a farsi trovare pronti davanti ad adattamenti difensivi che saranno mirati a smantellare l’efficacia della circolazione di palla che produce buoni tiri per gli Splash Brothers (e non solo), mentre al contempo dovranno dare fondo a tutte le proprie risorse per contenere James senza dover ricorrere a raddoppi che sono di norma l’innesco per i gregari dei Cavs. Sono probabilmente la squadra più attrezzata per farlo nel panorama del basket contemporaneo.

Cleveland è invece un sistema solare chiaramente LeBron-centrico, con l’ala di Akron unico astro attorno cui tutto si muove. LeBron occupa il centro, gestisce il pallone e la responsabilità. Il compito dei giocatori di complemento è orbitare attorno al proprio leader tecnico, inquadrare il proprio gioco in funzione delle tendenze del Re. Nella squadra dell’Ohio non si trova un tassello che non sia stato pensato e ricercato per incastrarsi con LeBron, eccezion fatta per lo zoppicante Irving, cui sono assegnati compiti ben differenti in condizioni fisiche ottimali.

Il quintetto migliore di questi Cavs ricorda il secondo quintetto degli heat bicampioni, con un rim protector ed ottimi spot-up shooters affianco a James per giocare quella pallacanestro di spacing e scarichi che è fondamentalmente l’habitat naturale del Chosen one, con la variante costituita dalla presenza dominante -per certi versi inattesa a questi livelli- di Tristan Thompson a rimbalzo offensivo.
Difficilmente Cleveland rivedrà le proprie tendenze nella serie che assegna il titolo. Stayin’ true to who they are, cercheranno di giocare la pallacanestro che li ha portati fino a qui, anche perché è probabilmente la loro unica possibilità di competere a questo livello.

Tanto di questa finale sarà deciso proprio dagli adattamenti del supporting cast alla difesa dei Dubs. Se la staffetta Iggy-Barnes-Green sarà in grado di stare al passo di LeBron senza ricorrere al raddoppio, l’impatto di Smith, Shumpert, Della Vedova e Jones sarà sicuramente minore, perché si troveranno ad operare in condizioni diverse e sarà richiesto loro un contributo differente rispetto alla difesa e agli spot up shots a cui hanno affidato larga parte del proprio successo.

FROM AKRON TO…( di Giuseppe Bruschi)

In questi lunghi giorni di pausa, solamente pregustando il momento in cui Cleveland Cavaliers e Golden State Warriors si fossero scontrati nelle NBA Finals 2015, i media americani cercando di vendere qualche copia in più, ci stanno spiattellando la storia della fantastica coincidenza che vede i due protagonisti provenire dalla stessa ridente cittadina nell’Ohio.

 

Nonostante nella mentalità collettiva, Akron venga immaginata come lo stereotipo della piccola comunità americana, in realtà si presenta quale,città da 200.000 abitanti -paragonabile ad una nostra Padova- che oltretutto diede una grossa spinta all’economia della rinascita americana ospitando l’azienda della gomma. Nulla a che vedere con la capitale Cleveland oppure la più famosa Dayton, e certamente nulla di poetico, ma comunque materiale fertile anche solo dal punto di vista numerico per la nascita di qualcosa, che siano ingegneri dei polimeri oppure artisti e sportivi.

Gli Stati Uniti investono tanti soldi nello sport e anche una città quasi solo industrializzata nei pressi dei grandi laghi, può produrre grandi campioni come chi amerà il vintage ricorderà Gus Johnson e Nate Thurmond, ma anche quelli che hanno scaldato le profonde notti di mezza estate di questi playoffs. La realtà è che uno di questi giustamente sente di appartenere realmente alla città e ne fa un vanto perchè è un nativo delle comunità di Akron mentre l’altro nonostante abbia varcato la soglia della Quicken da appena nato, dovette tornarci solamente 20 anni dopo per diversi motivi.

Parliamo ovviamente di LeBron James e Stephen Curry, le bandiere delle due squadre più forti delle corrispettive conference, nati fatalmente (come tutti i media hanno sottolineato forse troppo marcatamente) nello stesso ospedale, ma con storie completamente diverse.
Tornando all’aneddoto precedente, la madre Sonya Curry portò il piccolissimo Steph a vedere il padre Dell appena approdato ai Cavaliers, solamente una volta prima di doversi subito trasferire nel giro di pochi giorni in North Carolina, causa l’extension draft del 1988: Nel periodo d’oro di Stern, quell’anno venne aggiornato il numero di franchigie aggiungendone due direttamente dal sud-est degli States. Miami e Charlotte poterono acquistare dei giocatori direttamente dalle altre franchigie che poterono proteggerne solo 8 dell’intero roster. Il padre di Steph, sophomore e non proprio apprezzato ai tempi, finì per vestire la casacca azzurra-bianca per poi togliersi anche qualche soddisfazione e indirettamente decidere anche la crescita del figlioletto.

Akron è solo una parola sulla carta d’identità di Steph Curry che crebbe a Charlotte in una famiglia ricca, con metodi di studio alternativi e particolarmente dispendiosi, figlio del giocatore NBA, ma piccolo, gracile e con una tecnica di tiro concettualmente opposta all’odierna. Non fu mai scelto da college prestigiosi, decise di andare nei Wildcats sbagliati ma ebbe la propria rivincita quando venne scelto al draft come settima scelta: non male per quello gracilino. LeBron James è un esperimento, sia della fortuna che dell’NBA.

Infatti il vero nativo di Akron, da quando raggiunse la maturità di capire ciò che gli succedeva attorno, prese sulle spalle la madre, rimasta incinta a 16 anni e lasciata sola dal padre naturale e combattè contro la povertà in cui si trovava grazie alla sua speciale conformazione fisica e grazie al proprio talento sportivo. LeBron non è il classico giocatore proveniente dal ghetto, ma si comportò come tale perchè spinto dalla figura mediatica che gli si stava creando attorno: si rese eleggibile al draft appena terminato la high school e diede inizio a uno dei personaggi più carismatici e influenti che abbia mai visto la lega.

Due figure completamente contrapposte provenienti (in parte) dalla stessa città, una scommessa del mondo americano che soffre il peso della leggenda che si sta scrivendo sotto i suoi piedi contro la faccia d’angelo sottovalutata che solo ora riesce a toccare il cielo con un dito.
Chi vincerà la sfida?

PRONOSTICI:

Pietro: 4-2 Golden State

Stefano: 4-2 Cleveland

Giuseppe: 4-3 Golden State

Emiliano: 4-2 Golden State

 

 

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