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Playoffs NBA 2015

Un gioco di attimi

Ci sono tanti modi per intendere la pallacanestro. Intensità, dinamismo, velocità, poesia. Poi, ancora: imprevedibilità, classe, leggenda. Ma soprattutto, la pallacanestro è istantanea. Le decisioni vanno prese in una frazione di secondo, c’è bisogno della giusta dose di lucida follia per incidere in una partita quando il cronometro corre verso lo zero e la squadra ha bisogno della giocata del Campione. Durante i playoffs NBA questa arte imperfetta si sublima e raggiunge nuovi picchi: stare svegli fino a tarda notte non è mai stato così semplice. La serata che va concludendosi è stata ottima per tirare il fiato dopo una serie di partite decise all’ultima giocata, per un secondo turno mai così combattuto. E questo vuole essere una sorta di omaggio a chi ha lasciato traccia del suo passaggio in questo secondo turno che va a concludersi domani notte, con la settima gara tra Los Angeles Clippers e Houston Rockets. Chi vincerà? Impossibile prevederlo. Quel che è certo è che ci sarà bisogno della scelta giusta al momento giusto, possibilmente del giocatore giusto. Che sia la Barba di Harden o il crossover di CP3, l’esplosività di Griffin o la presenza di Howard, poco importa. Quel che resta è pur sempre il Gioco.

Si dice che quando la storia si annoia, si mette a giocare con le coincidenze. E allora succede che The Windy City’s assassin si manifesti per la prima volta dopo tanto tempo esattamente cinque lustri dopo The Shot. Così, a venticinque anni dal primo momento di Michael Jordan in maglia Bulls, allo United Center, con le ginocchia – non più? – scricchiolanti, con addosso delle responsabilità esagerate nei confronti di una squadra e una città che l’hanno aspettato per oltre due anni Derrick Rose imperversa sul parquet e decide la partita.

Dunleavy alla rimessa, mancano tre secondi alla sirena. Rose parte dall’angolo destro, corre per liberarsi dalla marcatura di Shumpert, riceve palla, sfrutta il blocco di Gibson, piazza i piedi per la tripla e – in faccia a Tristan Thompson – spara. Una preghiera, l’ultimo respiro di una partita tiratissima. Tabella, dentro. Goal. Poi la corsetta verso la panchina, lo sguardo attonito, quasi avulso dalla situazione. Tutti si sono chiesti cos’è passato nella sua testa in quel momento. Forse niente. Forse voleva solo chiudere gli occhi e sentire il pubblico urlare all’impazzata. Come ai vecchi tempi. Come venticinque anni prima.

 

Ma non è finita qui. Perché allo United Center, oltre ad un Assassino, è presente anche un Re. Un sovrano alieno, di quelli che letteralmente dominano le partite con la loro prepotenza fisica e l’acume tattico, a legittimare un titolo – The Chosen One, il Prescelto – tanto esagerato quanto dosato ad personam. Solo uno che sa di avere qualcosa di speciale può pensare di prendersi il tiro decisivo dopo aver avuto una serata da 9/29 dal campo e con la squadra che si stava piano piano sgretolando a causa degli infortuni e di una difesa asfissiante dei Bulls. Ma nonostante tutto sono lì, a giocarsi la vittoria all’ultimo possesso, dopo una gestione scellerata dei minuti finali di gara. E allora eccolo il Prescelto – marcato a uomo come sempre da Jimmy Butler – strattonare il suo uomo e puntare l’angolo del campo per ricevere la rimessa di DellaVedova e tirare. Swoosh, dentro. Un’altra corsa verso la panchina, un altro tiro decisivo, tanto perfetto da sembrare studiato a tavolino e invece frutto dell’improvvisazione – lo stesso LBJ ammetterà di non dover essere lui il destinatario dell’ultimo tiro secondo gli schemi di Blatt – e del talento.

Il nostro giro alla ricerca degli attimi vincenti continua in quel di Washington, dove Paul Pierce ha provato a sentenziare la fine degli Hawks. D’altronde è cercando l’impossibile che l’uomo ha realizzato il possibile. Così Pierce gestisce l’ultimo pallone di una gara 3 tiratissima, con la serie impattata sull’uno a uno. E’ in post, la corsa delle lancette verso il gong è inesorabile, Schroder lo marca stretto, anche Korver si stacca dalla marcatura per chiudere lo spazio di tiro e all’ultimo persino Bazemore si avvicina a lui e tenta di stoppargli il tiro saltando alla disperata. Niente da fare. Bum, swoosh. E’ il suo tiro. You can’t handle the truth.

Se la vita fosse un film, probabilmente a questo punto calerebbe il sipario e comparirebbero i titoli di coda. Tutto troppo bello, troppo perfetto. Ma forse è per la naturale perfidia del Gioco che ci appassioniamo e che continuiamo ad inseguire la palla che rimbalza per il campo, senza fermarsi vai. Una delle innumerevoli metafore della vita. C’è anche la parte oscura. Quando si arriva troppo tardi e il treno è appena partito, vedi le ultime carrozze scorrerti davanti e la vita assume le tinte di una grande beffa. Fa male, l’aria sembra irrespirabile. Ma vai avanti, alla caccia di un nuovo attimo decisivo. Perché sono proprio questi frammenti di esistenza che consegnano uno sportivo alla Leggenda: una giocata per l’eterno.

Bradley Beal ha la palla in mano. Rimette in gioco per John Wall che – come tutti i Washington Wizards – è alla ricerca della Verità. The Truth si materializza dopo essere uscito da un blocco, riceve palla e si muove verso l’angolo sinistro di campo. Si contorce e poi – ad una manciata di decimi di secondo dalla fine della partita – fa partire il tiro. L’ennesimo a fil di sirena, l’ennesimo che può valere una stagione per i Wizards. Dentro, ancora. Lo abbracciano. You can’t handle The Truth. Supplementari. Anzi no, il tiro è arrivato un decimo di secondo troppo tardi. 0.1 secondi dopo l’arrossamento del tabellone dietro al canestro. The Truth ce l’ha fatta, ma è stato deriso dalla sorte. “Non so neanche se tornerò l’anno prossimo”, ha commentato laconico negli spogliatoi, dopo essersi arreso agli Hawks, volati in finale di Conference. Eppure ce l’aveva quasi fatta. Per l’ennesima volta li aveva tenuti lì e poi – dopo aver cacciato i dinosauri – si era spinto in cielo ed era a caccia di aquile. D’altronde cos’altro ci si può aspettare dalla Verità?

E’ tutto qui: un semplice gioco di attimi.

 

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