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Editoriali NBA

I diamanti dal vecchio continente

Meno di un anno fa, un roster formato da 9 international players sollevava il Larry O’Brien Trophy. Nel Melting Pot della NBA di oggi, gli Spurs non sono più l’eccezione, ma la norma di una lega che vede 101 giocatori stranieri, 56 di matrice europea. Le franchigie sono  abituate a mandare  gli scout ad esplorare l’area FIBA come un’isola in cui trovare nuovi tesori. Da questo bacino vengono estratti  diamanti  capaci di fare più cose sul parquet o in possesso di grandi mezzi atletici, possibilmente sui 2.10 m.

Ma quando arrivano in NBA sono spesso ancora grezzi, incompiuti. Missione del coaching staff è di riuscire a levigarli, fino a che non brillano. In questa stagione si è finalmente cominciato a vedere la parte cristallina di alcuni centri europei. Vediamo insieme quelli più cresciuti.

 

RUDY GOBERT

Nella stagione da rookie aveva impressionato per il suo wingspan di 2.21 m( più ampia apertura alare mai registrata ad un draft combine) e per  l’ impatto difensivo visto (ahinoi) in non più di 10 minuti a partita.  In quella da sophomore comincia da dove aveva lasciato, giocando da fattore totale in difesa. Protegge il ferro come nessun altro nella lega e lo fa tenendo gli avversari che attaccano il canestro al 39.2% dal campo. Un muro vivente. E il dato più clamoroso, non sono tanto le 2.3 stoppate che rifila a chi si avventura nella restricted area, ma il minutaggio con cui riesce a concentrarle. Sono 176, sette in meno rispetto ai tiri cancellati in questa stagione da Anthony Davis, con la differenza che Gobert le ha registrate in 25 minuti di media, 11 in meno di Unibrow.

Con l’addio di Kanter diretto a OKC, nella seconda metà di stagione Gobert diventa il centro titolare, iniziando ad essere un fattore anche in attacco. Ha sviluppato dei buoni movimenti sui pick and roll, dove fa uno o due palleggi extra per avvicinarsi al ferro. Non è ancora un’arma da post basso e nemmeno uno spot up shooter pericoloso,  ma cominciare a mettere palla per terra per un giocatore con le sue caratteristiche può far male a molte difese NBA.

Non è un caso se i suoi miglioramenti  individuali sono coincisi con un miglioramento di squadra. Un marzo d’oro( per gli standard dei Jazz in queste ultime stagioni), da 9-6 per Utah, che ha avuto il mese più positivo in stagione, Hayward( prima di infortunarsi) è salito di colpi e ha giocato bene sia da facilitatore( spesso impiegato come playmaker aggiunto a Burke e Exum) che da swingman capace di  attaccare il ferro. La sensazione è che in attacco ci sia anche più intesa nei giochi a due

Come in questo possesso:

Gobert, marcato da Budinger, prende posizione spalle a canestro, riceve palla e…

dà via un passaggio schiacciato dietro la schiena per Booker che segnerà incontestato.

Si sono visti gli istinti da passatore, utililissimi per giocare alto-basso e aprire il campo, ma anche gli istinti da rimbalzista offensivo, un vero catalizzatore di palloni se deve darsi battaglia sotto canestro. Utah è diventata Gobert-dipendente. Il paragone con Tyson Chandler, se ora può sembrare azzardato, tra qualche anno potrebbe andargli stretto. E il fatto che non abbia ancora compiuto 23 anni, lascia aperto ogni scenario di crescita.

ENES KANTER

Merito del boom del francese è anche il trasferimento di Kanter a OKC. Il turco ha detto chiaro e tondo di non aver lasciato a malincuore i Jazz, anzi, dalle recenti dichiarazioni pare non si trovasse granchè bene a Salt Lake Ciy. La trade che ha portato Kanter ai Thunder in cambio di Perkins, Grant Jerrett, una prima, una seconda scelta  e i diritti su Tibor Pleiss(il tedesco del Barcellona), ha fatto bene ad entrambe le squadre. Win-Win situation, si direbbe.

Presti voleva inizialmente mettere le mani su Brook Lopez, nel mirino dei Thunder dalla free agency estiva, perchè era il centro scorer più adatto da collocare al fianco di KD e Russ. Ma Lopez è rimasto a Brooklyn e i Thunder hanno ripiegato sul piano B, Kanter.  Alcuni punti interrogativi sul turco c’erano. Ai Jazz spesso e volentieri fermava il pallone per giocare in post basso, cosa che intaccava il flusso offensivo e non sempre portava ai due punti.

Dubbi sciolti dalle prime uscite in maglia Thunder. La sua fortuna è di giocare vicino ad un magnete di raddoppi come Westbrook, che  attira  di frequente i difensori dei compagni, creando vantaggio e spazio di manora per il turco.  Poi bisogna essere capaci di sfruttarle queste occasioni e Kanter, per ora, lo sta facendo bene.  Tira dal gomito, segna in entrata, su rimorchio, ha diminuito il numero di palleggi( non esegue nemmeno un palleggio nel 71% dei suoi possessi offensivi) a favore di movimenti più funzionali all’attacco( vedi gancetti vintage in the paint)

Eppure i Thunder, senza di lui in campo, hanno un net rating( la differenza tra punti segnati e punti concessi su 100 possessi) di 4.1, indice che la squadra gioca meglio. ( Con lui il campo, il net rating è pari a -1.4) Quindi dove si riscontrano i problemi? Nella propria metà campo. Qui il turco non solo incide poco, ma è quasi deleterio alla causa. E a condannarlo non sono soltanto i numeri (quando difende su un tiro entro i due metri dal ferro, gli avversari segnano con il 60% dal campo), ma anche i suoi movimenti in campo.

Nel fotogramma, dopo il consegnato di Allen a Gasol, Adams sale a difendere sul portatore di palla

 

arriva il passaggio schiacciato per Gasol e Kanter non va in aiuto, ma copre inutilmente la linea di passaggio su Randolph

L’arrivo di Kanter ha dato manforte al reparto lunghi elevando i Thunder a miglior squadra sotto i tabelloni( ne catturano 47.7 a partita, il 52.5% di percentuale a rimbalzo). I compagni sanno di poter contare su di lui dopo un tiro sbagliato: “se segnate bene, altrimenti lotterò per procurarvi un’altra occasione”. Ripete ogni sera ai vari tiratori, cercando di infondere fiducia e alzare le probabilità di ottenere una  second chance opportunity in attacco.

Durant si è operato martedì scorso al ginocchio, resterà fuori dai 4 ai 6 mesi, compromettendo una scalata ai playoff che in cima vede l’anello. Kanter ha irrobustito  la dimensione interna dei Thunder,  ma non basta a colmare un dynamic duo  incompleto. Quando uno dei due è fuori, anche la continuità espressa nei momenti in cui entrambi sono in campo si dimezza. OKC ha poche chances di correre per il titolo, ma dalla prossima stagione, se Durant non dovesse vagliare la free agency estiva, saranno da (ri)considerare una contender.

DONATAS MOTIEJUNAS

Con Howard infortunato e sul parquet a periodi alterni, l’incubo dei Rockets era di perdere in profondità sotto i tabelloni. E’ stato un sollievo, vedere che Motiejunas ha in parte sopperito al vuoto vicino al ferro. D-Mo è la grande sorpresa di questa stagione, è uno dei migliori giocatori in situazione di post-up, giocando spalle a canestro il lituano segna con il 56% dal campo( ha l’85° percentile nella lega, solo il 15% dei giocatori fanno meglio di lui in questa specifico frangente di gioco) e può macinare punti  in pick and roll anche quando il difensore dell’altro lungo Rockets gli ostacola il cammino al ferro.

Ma la specialità della casa sono i semi ganci, magari dopo un paio di jab step, che sa eseguire con entrambe le mani. Sta lavorando sul tiro dalla lunga distanza, per essere pericoloso anche sul perimetro e perchè nel MoreyBall i tiri da fuori sono sempre bene accetti( meglio ancora se dagli angoli) Quel softy touch nel rilascio di palla è un vero spettacolo, se si pensa che parte dai polpastrelli di uno alto 2.13 m.

Il lituano sta segnando 12 punti a partita, il suo massimo in carriera ed  è  di fatto la seconda/terza opzione offensiva dei Rockets. Dal suo ingresso nella lega, ha guadagnato 10 kg di massa, senza perdere in agilità negli spazi brevi. Però, in alcuni possessi, risulta quasi eccessivamente altruista. Ha l’abitudine di guardare prima il campo e dopo il ferro, cercando il compagno libero e rinunciando ad un buon piazzato per un scarico che non sempre ha l’angolo di passaggio per essere effettuato.

I Rockets quest’anno puntano all’obiettivo massimo, l’anello. Hanno l’uomo franchigia nonchè potenziale MVP della regular season, un rientrato Dwight Howard come secondo violino e rim protector, tanti componenti con un ruolo ben preciso in campo e  che anche uscendo dalla panchina, danno il loro pieno contributo( la second unit è tra le più efficienti della lega). Motiejunas è tra questi, vedremo come e quanto verrà impiegato da McHale ai playoffs.

TIMOFEY MOZGOV

“E’ buffo, ne stavo parlando  l’altro giorno con un amico e gli ho detto che probabilmente è il migliore, per essere così alto, un big man. E’ vero, Chris bosh è un ottimo lungo, Kevin Love idem. Ma in questo caso stiamo parlando di un ragazzone di 2.15. Forse è il migliore con cui abbia mai giocato dai tempi di Z(Zydrunas Ilgauskas).”  Più che una semplice investitura da parte del Re, Lebron.

Ripercorriamo insieme l’excursus di Mozgov nella lega:  i primi anni a New York etichettato come soft player, i poster in cui compariva sempre dalla parte sbagliata, la dimensione trovata nel frontcourt di Denver da intimidatore in difesa e discreto giocatore da rimorchio in attacco. Infine Cleveland, al fianco di Lebron, nel posto e al momento giusto per rimpiazzare Varejao e dare una svolta alla sua carriera e alla stagione dei Cavs. Wow, niente male come escalation.

Mozgov è arrivato in Ohio in cambio di due prime scelte che i Cavs hanno ceduto ai Nuggets. La trade più azzeccata mai fatta da Cleveland da molti anni a questa parte. Il russo ha ridato una dimesione interna che senza Varejao era venuta a mancare. Con Lebron si intende alla perfezione, al punto che James sa sempre quando e devo direzionarlo, come se tra le mani avesse un joystick, quando giocano pick and roll. Qui c’è anche lo zampino di Blatt, che ha allenato Mozgov da head coach della nazionale russa e sa come utilizzarlo da bloccante, ma soprattutto come rim protector. Da quando gioca ai Cavs, è il decimo miglior protettore del pitturato nella lega, dove tiene gli avversari al 45%, appena sotto Nerlens Noel e Dwight Howard.

In questa stagione ha totalizzato 17 doppie-doppie per punti e rimbalzi, segnando 9 punti e circa 8 rimbalzi a partita. Non è un rimbalzista stellare, ma fa il suo sporco lavoro sotto le plance( tra i big man che ne cattura di più in attacco). Volendo trovare il pelo nell’uovo a ciò che ha fatto ai Cavs in questi due mesi, commette qualche palla persa di troppo quando prende posizione spalle a canestro o quando taglia, il problema è in ricezione, dove non sempre ha un’ottima presa, specialmente se deve ricevere un passaggio schiacciato.

NIKOLA VUCEVIC

Vedere giocare gli Orlando Magic è come osservare un dipinto sfocato, non riesci a visualizzare ciò che stanno facendo, ma nei pochi movimenti in cui tutto funziona come dovrebbe, sembrano più che buoni.  I due punti fermi di questa squadra sono: il roster giovane( sette giocatori sotto i 25 anni)  attorno cui costruire un progetto e Nikola Vucevic. Che secondo Doc Rivers è :” il miglior giocatore della lega che nessuno conosce”.  Anche se dalle cifre messe insieme finora, 19 punti e 11 rimbalzi di media,  si direbbe che sta comincando a farsi notare. Poi c’è il peso del contratto, 54 milioni in 4 anni firmato questa estate, sostenibile, se si pensa che ha 24 anni e i Magic non hanno molti altri big man così produttivi in situazione di pick and roll. E’ vero, sarebbe tornato Channing Frye, stretch four fatta e finita per tirare da fuori o aprirsi dopo il blocco dentro l’area, ma  non è mai stato uno scorer puro.

Vucevic è un all star borderline che sta tirando con il 53% dal campo quando gioca pick and roll, è il secondo centro realizzatore della lega, non è un verticalista pronto a raccogliere alley oop o i lob di Payton come farebbe un Tyson Chandler con Rajon Rondo( la naturale evoluzione di Efridio), ma in attacco può punire dal mid range o con il floater( il tiro in galleggiamento che solitamente esegue entro i 3-4 metri dal ferro).  Oltre ad essere discretamente agile in 1on1, chiedere  ulteriore conferma a Pau Gasol.E’ migliorato nella propria metà campo, anche se non è propriamente reattivo sugli scivolamenti laterali, gli avversarsi tirano infatti con il 60% vicino a canestro quando Vucevic si trova nei pressi del ferro. Sarebbe logico affiancargli in quintetto uno stoppatore( che se non fosse infortunato, sarebbe Aaron Gordon) come O’Quinn, che , tuttavia, non tira abbastanza bene da impensierire il difensore ed indurlo ad uscire per tenere libero il ferro.

Prima di arrivare in Florida, il montenegrino ha viaggiato in giro per Europa e U.S. più di un globetrotter. E’ scampato ad un disastroso incidente ferroviario in Montenegro che nel 2006 ha causato la morte di 60 passeggeri ferendone altri 200. Da questa esperienza, in un’ intervista rilasciata a bleacher report, ha detto che: “ero così giovane da non capire quanto avrebbe cambiato il modo in cui guardo la vita. ”

Dall’arrivo  di Borrego, coach ad interim dopo il licenziamento di Vaugh, i Magic hanno avuto un record di 8-13, non molto incoraggiante come esordio da capo allenatore. Ciò non da meno, in difesa si sono visti alcuni aggiustamenti, sull’asse Payton-Harris che copre linee di passaggio e rimane alto sugli esterni, i Magic hanno concesso 101 punti su 100 possessi.

Orlando non va ai playoff dal 2012 e nè per questa, nè probabilmente per la prossima stagione rivedrà la post season. Se mantiene lo stesso core e riesce a compiere quel passo avanti, come si augura di fare Vucevic ampliando il suo range di tiro anche da fuori area, c’è ancora speranza di tornare competitivi.

 

 

 

 

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